Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/60

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56 telegrafi dello stato


letto coi guadagni delle colazioni e a certune aveva prestato dei quattrini, con l’interesse: poco, venti, trenta lire, cinquanta lire, che esigeva a rate mensili di cinque lire, di dieci, secondo la somma. Il giorno in cui dall’amministrazione scendevano le mesate, ella si tratteneva più a lungo in ufficio, per esigere. Non pagarla, era impossibile, tanto era il terrore che la direttrice o il direttore venissero a sapere di questo debito, e lei si avvaleva di questo terrore, per esercitare un certo dominio su quelle che le dovevano dei denari. Una le faceva i cappellini, un’altra le regalava un paio di guanti, una terza le prestava il suo medaglione d’oro, quando ella doveva andare a ballare: e questa serva le trattava da compagne, da amiche, dava loro del tu, di che esse arrossivano e si vergognavano.

Dal primo giorno della pioggia, si erano manifestati i guasti di linea, il tormento autunnale e invernale dei telegrafi. Procida aveva subito inviato un telegramma di servizio, dicendo che per la pioggia non vedeva più le isole di Ponza e di Ventotene; immediatamente dopo, Massalubrense telegrafò che non vedeva più Capri; le comunicazioni semaforiche erano dunque interrotte. Dopo tre giorni, la linea delle isole che parte da Pozzuoli, tocca Ischia, Forio d’Ischia, Casamicciola e Procida, un po’ sottomarina, un po’ aerea, e poi di nuovo sottomarina, principiò a soffrire: la corrente giungeva a intervalli, si corrispondeva con grande stento. Alla sera si guastò addirittura, non rispose più nessuno. Tutta pensosa la vicedirettrice andò alla porta della sezione maschile, chiamò il capoturno e gli disse: