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380 La Conquista di Roma

malgrado il contegno severo e triste di donna Angelica.

Dolcissima la primavera romana si allargava nell’aria dai cipressetti di Monte Mario sui platani dei Monti Parioli; e dalle siepi alte, sul fiume e sulla campagna, un candore di biancospino si offriva acutamente profumato. Le prime parole di donn’Angelica sonavano dolore, rimpianto, pentimento: parole brevi, ma profonde, che piombavano, tutte, sul cuore dell’amatore. Egli taceva umiliato, non sapendo che offrire di consolazione a questa virtuosa e santa donna, che per lui aveva la coscienza turbata dai rimorsi. Ma come la naturale pietà rifioriva nell’ora e nel tempo in donn’Angelica, ella moderava i suoi lamenti che diventavano sempre meno precisi, più vaghi, erano infine un ritornello malinconico che l’amatore ascoltava, come una musica dilettosa e rattristante:

— Se soffre per me, mi ama, — egli pensava, nella follìa dell’amore.

Ma nè ella aveva mai detto di amarlo, nè lui mai lo aveva chiesto: una timidezza paurosa, una vergogna e un riserbo strano avevano impedito all’amatore di fare questa domanda. Sì,