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422 La Conquista di Roma

ca. E un pensiero le venne, ella si alzò di scatto:

«Vado via,» disse.

«No, no,» egli mormorò, smarrito, come se non si attendesse mai a quello schianto.

«Debbo andare,» rispose ella, seria.

«Perchè ?» chiese egli, infantilmente.

«Per questo,» ed era ritornata al sorriso, per la ingenuità della domanda.

«Restate ancora, siete giunta adesso.»

«È un’ora, è già tardi, debbo andare.»

«Un altro poco, un’altro pochino,» insisteva lui, nella puerilità del suo amore.

«Non posso, ve lo assicuro, sono restata già troppo.»

«Che vi fa un altro pochino?»

«Nulla mi fa, ma a che serve? Un minuto di più, cinque minuti di più, che vi fanno?»

«Non mi tormentate, Angelica, siate buona, concedetemi altri cinque minuti.»

«Rimarrò, ma esigete troppo,» diss’ella, crollando il capo, come una mamma che concede, sforzata, una chicca al fanciulletto che strepita.

E stettero fermi, presso la porta del salotto, una innanzi all’altro, ella come annoiata e impaziente di andar via, egli come imbarazzato e