Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/423

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37fi SCRITTI HI RENATO SERRA zioni corpulente e patetiche: insomma ha preso lo stampo della sua critica press’a poco dalle mani di Borgese. Aggiungiamo che non è mai riuscito a adoperarlo bene come Borgese : i sudì articoli sono mal costruiti, con qualche cosa di oscuro che distrugge ogni effetto di antitesi e di catastrofe. Non c’è taglio riè spicco nè eloquenza nelle cose sue; ma una lentezza faticosa e indigesta, un gu¬ sto acerbo, quasi di grappoli d’uva verdissima, pestati e infranti duramente, senza che ne coli goccia di umore. Ma c’è in lui un dono profondo, un vero douo di critico : una mezza genialità informe, che si sveglia davanti alle cose dell’arte, come un biso¬ gno assoluto di rendersene conto, di ritrovarne in se stessa il principio puro, quasi la formula chi¬ mica essenziale; o forse piuttosto una formula magica, che gli permetta di possedere e di ripro¬ durre secondo la sua volontà tutte le operazioni e il miracolo di quell’arte. Questo bisogno di condensare tutto il lavoro artistico in un incantesimo breve, è il male di cui tutti i critici soffrono un poco, nel nostro uni¬ verso in cui gli incantesimi non sono possibili : ed è il tormento di Cecchi, che lo aggrava col suo travaglio invece di risolverlo. Egli è di quella razza che non sa rinunziare, ina quasi in un punto e in una parola sola vor¬ rebbe esprimere tutto il mondo che dentro preme. Nei suoi primi saggi — sul Pascoli mi pare — si sentiva un desiderio tumultuoso di buttar fuori, a proposito di un particolare qualunque e senza riguardo del suo valore preciso, tutta quanta la impressione ricevuta dal poeta nell’insieme, e poi ancora tutta la commozione e il senso e l'amore della poesia in genere, e a mano a mimo ogni