Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/66

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giovanni pascoli 19


Il Pascoli non si serve della sua arte come di uno strumento per giocare colle anime dei lettori. Ripetiamolo pure, in ogni cosa sua egli si abbandona intero, con tutta la pienezza del suo essere; se artifizio v’ha, egli n’è il primo illuso.

Egli è perpetuamente inebbriato e assorto nel mondo fittizio che la sua propria parola gli ha creato dintorno. Egli vive nei suoi propri versi con tutta l’anima; e in quel che gli par grande consuma tutto l’ardore della sua forza morale, e in quel che gli riesce pietoso piange tutte le lacrime dei suoi occhi.

Questa è la sua gran forza e la sua gran debolezza. Secondo che l’uomo accetti la poesia di lui per quello che è o per quello che vuole essere. Poichè se io accetto la poesia di lui, col significato ch’essa ebbe per lui quando la fece, se mi trasporto, come altri direbbe, nel suo punto di vista, allora il valore ne diviene incommensurabile: non è valore di cosa d’arte, ma di cosa viva. Le parole non sono più moneta usuale corrente, ma suonano tutte vergini e nuove; in ognuna può essere l’anima del poeta, cioè il pregio di un mondo: il più povero dei versi mi può rappresentare una lagrima, un fremito, un moto del suo vivo cuore.

Questo è il fatto dei pascoliani; nei quali opera sopra ogni altra cosa una simpatia non ragionabile, onde vedono quasi con gli occhi suoi stessi e sentono con le sue viscere; tutto quello che viene da lui, a loro è caro ugualmente, poiché essi amano d'un solo amore il poeta e l’uomo e la sua vita disgraziata e la sua anima piena di dolcezza e i suoi ochhi pieni di pianto.

Ma se io riguardo freddo e curioso, quell’uomo che così inerme mi si abbandona e si scopre, quel