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| Sonetti del 1832. | 183 |
menti, dai quali non sempre campa l’infralita natura umana; così vien fatto segno a sospetti, a mormorazioni, a calunnie, e tal fiata, a meritato vituperio, se avvenga che il censore o giudice degli altrui scorsi di costume richiegga donna dell’onor suo, o se per ignorante zelo faccia scandalo nelle famiglie e nella città, gittando sospetti malnati e discordie là dove, se non la realtà, era l’apparenza dell’onesto e castigato matrimonio.„ Farini, Op. e vol. cit., pag. 145.] 12 Quieto vivere: nome dato a tuttociò che, gustando altrui, lo fa aderire ad alcunchè di amaro.
ER GIUDISCE.
Li mozzini[1] de Roma, sor Dodato,[2]
Propio nun hanno un fir[3] d’aducazzione;
E cquanno so’ a l’udienza in cuer zalone,
Strilleno come stassino ar mercato.
Chi vvò l’intìmo, chi la scitazzione,
Chi cchiede er giuramento e cchi er mannato,
Chi ingiuria er Cancejjere e cchi er Prelato;
E ttutti inzieme vònno avé rraggione.
Jeri, a la fine, er Monziggnore mio,
Fattose inzino in faccia pavonazzo,
Sartò in piede e strillò: “Zzitti, per dio!
Ch’edè, ssignori miei, sto schiaramazzo?
Se tratta cqua ch’è ggià un par d’ora, ch’io
Do le sentenze senza intenne un c....!„
Roma, 1 dicembre 1832.