Pagina:Sonetti romaneschi III.djvu/22

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L'UFFIZZIO DER BOLLO


 
     Presa a Ppiazza de Ssciarra1 la scipolla
Dall’ortolano, e, llí accanto, er presciutto,
Le paggnottelle e ’r pavolo de strutto,
Annavo2 a ffà bbollà la fede a Ttolla. 3
              
     Quanto m’accosto a un omettino assciutto,
Che stava a ppijjà er Cracas4 tra la folla:
“Faccia de grazzia, indov’è cche sse bbolla?„ 5
“Eh, a Rroma, nu lo sai?„, disce: “pe ttutto„.
              
     Doppo, ridenno,6 m’inzeggnò ll’uffizzio.
Ma ttratanto7 capischi che ffaccenna?
Che stoccatella a nnostro preggiudizzio?
              
     Ma ssai cche jje diss’io? “Sor coso, intenna, 8
Ch’è vvero che ccertuni hanno sto vizzio,
Ma cquer tutti lo lassi in de la penna„.


Roma, 17 febbraio

no match

1833


  1. Piazza sulla via del Corso, dove si crede fosse eretto anticamente l’arco trionfale di Claudio per le vittorie sopra la Britannia e le Isole Orcadi.
  2. Andavo.
  3. Teresa.
  4. Il gabinetto dove si dispensa il foglio politico (Diario), chiamato da alcuni il Cràcas, dal nome dell’antico editore del così detto Cràcas o notiziario romano attuale.
  5. Bollare significa in Roma anche “il fraudare altrui nel denaro, sorprenderlo in interesse„, ecc.
  6. Ridendo.
  7. Intanto.
  8. Intenda.