Pagina:Sotto il velame.djvu/299

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le rovine e il gran veglio 277


               Se voler fu o destino o fortuna
               non so; ma passeggiando tra le teste
               forte percossi il pie’ nel viso ad una.

Fu volere forse: a ogni modo, fosse pure stato destino o fortuna, a Dante non increbbe. E vuol sapere il nome del traditore e lo prende per la cuticagna; fin che un altro dice quel nome; e il Poeta allora esclama, che “alla sua onta„ porterà nel mondo notizie di lui. E questi allora rivela quanti più può compagni di pena e d’ignominia: quel da Duera, quel di Beccheria, Gianni del Soldaniero, Ganellone, Tebaldello. Si vede finora ben chiaro che i traditori non amano essere veduti e nomati. Pure è una differenza tra il Camicione e Bocca: quello dice il suo nome, questo no. Ora anche tra i giganti, che certo significano, colà ritti, qualche cosa, è una differenza. C’è tra loro uno “che parla ed è disciolto„:1 gli altri, no; e a quel di loro, la cui ribellione a Dio fu, diremo noi, con più d’intelligenza, a Nembrotto, Virgilio dice: Anima sciocca! anima confusa! Sono essi raffigurati come enormi bestioni legati, chè non hanno più linguaggio e non hanno più umanità alcuna. Eppure sì dell’uomo avevano. Chè Virgilio pronunzia:2

               Natura certo, quando lasciò l’arte
               di sì fatti animali, assai fe’ bene...
               . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
               
               chè dove l’argomento della mente
               s’aggiunge al mal volere ed alla possa,
               nessun riparo vi può far la gente...

  1. Inf. XXXI 101.
  2. ib. 49 segg.