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| 30 | sotto il velame |
Non ti dovean gravar le penne in giuso
ad aspettar più colpi, o pargoletta
o altra vanità con sì breve uso.
Nuovo augelletto due o tre aspetta;
ma dinanzi dagli occhi dei pennuti
rete si spiega indarno, o si saetta.
Ella dice: Tu fosti ferito, lo so: chi lo può saper meglio di me? Ebbene, tu ti lasciasti ferire ancora! Eppure non eri più come gli uccellini di nidio, che sino a un certo punto, per la loro curiosità, sono imprudenti. Eri già pennuto, eri uccel volastro, e dovevi avere quella ch’essi hanno: prudenza, o fanciullo con la barba!
VI.
E lo smarrimento nella selva esattamente raffigura il difetto di prudenza. La prudenza è virtù dirigente, e il suo medio è la rettitudine della ragione.[1] Dante aveva smarrita la diritta via. La prudenza è, secondo l’espressione stessa di Dante, lume.[2] Ed egli si trova in una selva oscura. Il prudente, secondo la dichiarazione di S. Agostino, accolta nella Somma,[3] è porro videns, chi vede innanzi sè: e Dante non sa come entrasse nella selva, quasi avesse gli occhi abbacinati dal sonno, e vi si aggira al buio, e notte è il tempo che vi passò. Della prudenza è propria la notturna guardia e la diligen-
- ↑ Summa, 1a 2ae 57, 4; 3 e altrove; 1a 2ae 64, 3.
- ↑ Purg. XVI 75.
- ↑ 2a 2ae 47, 1.