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la mia via era tracciata, e che nessun loro consiglio avrebbe mai potuto rimuovermi dalla linea che io avea segnata agli atti della mia amministrazione per non fallire alla meta. De’ quali atti io non doveva render conto che al mio paese ed alla mia coscienza. Stia certo il sig. Morisani che io allora non perdei mai di mira lo scopo santissimo di salvare il mio paese, nè volli tollerare alcuna pressione che potesse venirmi o dal governo, o dalla piazza, o da’ furbi di ogni risma.
E molto meno io so capacitarmi di che cosa non mi fossero stati riconoscenti questi uomini che egli chiama furbi, e che nella maggior parte non erano che il fiore de’ più specchiati ed onesti liberali non pur di Reggio, ma dell’intera Provincia. Se egli regala quell’attributo di furbi e d’irriconoscenti a quei patrioti che dopo di me ebbero il governo della Provincia, io debbo respingere la sua asserzione, ed attestargli che in vece di essermi stati irriconoscenti, mi pressarono anzi a non ritrarmi dall’amministrazione della Provincia, dove potrei tenere il luogo d’Intendente civile, mentre il sig. Antonino Plutino ne aveva il governo politico, commessogli dal General Garibaldi. E tale invito mi venne fatto personalmente dal sig. Agostino Plutino, a cui io, mostrandomi grato, risposi che non potevo accettare l’offertomi uffizio per varie ragioni, e principalmente perchè sentivo il bisogno di tornare alla vita privata, e di cercar riposo nelle cure della famiglia.
X. Continuando il suo racconto il Morisani, si fa a descrivere i fatti del 27 luglio, quando più accesi a speranze rivoltuose erano gli animi, e più manifesto per conseguenza l’odio contro il passato. Egli afferma che sopravvenuto Gallotti in compagnia di guardie nazionali e borghesi de’ più influenti del partito fe incontanente rientrare i soldati in caserma. Poi si recò ov’erano accasermati i gendarmi e impose loro gli arresti e il disarmo. Di fatti consegnarono le armi alle Guardie