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| uomini illustri | 227 |
Risposta del Morisani.
Empio discorso! E potrà mai fattura
Dar legge al gran Fattor de l’auree stelle?
Frasi dello Stagira, e tu con elle
Qual altro Alfonso a Dio dar vuoi misura?
Taci; chè orror ne sente anco natura.
Libero è Dio; E’ queste cose e quelle
Far volle in tempo, e potea far più belle:
E poi che felle, n’è sostegno e cura.
Ond’Ei bene a ragion è Onnipotente,
E quel ch’Egli non fe’ far non dovea;
Nè mica pigro fu che non fe’ niente.
Dicea il Verbo in sè stesso, e far potea
Mille mondi in un fiat, purchè a la mente
Sol gli piacesse sua divina Idea.
Domenico Giuseppe Barilla. Tra i dotti e virtuosi uomini reggini del passato secolo non fu ultimo Domenico Giuseppe Barilla nato nel 1725 da Francesco Federico bravo giureconsulto ed Auditore di guerra della piazza e castello di Reggio. Ebbe la prima istruzione elementare dal sacerdote Giuseppe Furfari; e divenuto adolescente volle rendersi chierico. Studiò le discipline filosofiche e teologiche presso i PP. Domenicani, che allora tenevano il primato dell’istruzione, ed erano i comuni ammaestratori della gioventù. All’età di 25 anni venne ordinato sacerdote dall’Arcivescovo Polou. Essendo stato poi nel 1764 riformato il Seminario dall’Arcivescovo Matteo Testa Piccolomini, giusta lo statuto del Seminario urbano di Napoli, il nostro Barilla, ch’era già Canonico, ne fu prescelto a Rettore. Ivi per 36 anni venne ammaestrando la gioventù nelle morali, filosofiche e teologiche dottrine, e non pochi dotti e chiari uomini uscirono dalla sua scuola.
Abbiamo di lui la Dottrina cristiana di Spinelli comprovata coi passi della sacra scrittura, un Trattato delle virtù morali, un altro della Concordanza de’ quattro Evangelisti, e varii opuscoletti minori, opere tutte che rimangono tuttavia inedite. Non bisogna preterire in questo luogo quanto il Barilla abbia ajutato il Morisani per condurre a termine le dotte Inscriptiones Reginae; di che ce ne fa certi lo stesso autore nella prefazione dell’opera con queste parole: «Id etiam te scire volo (parla al lettore) aestuanti mihi saepe in hoc