Pagina:Specchio di vera penitenza.djvu/278

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
250 trattato dell'umiltà.

gione e materia d’essere umile, e da parte del corpo e da parte dell’anima. Da parte del corpo, se1 considera il suo originale principio, lo stato della presente vita e ’l fine della morte. E di ciò parlava san Bernardo, e diceva: Vedi, uomo, donde tu vieni, e vergógnatene; e dove se’, e piagnine; dove vai, e con paura ne triema. E di queste tre cose è detto di sopra nel trattato della superbia, dove si dimostra quali sono i rimedi contro a la superbia. Da parte dell’anima abbiamo materia d’umilità: chè se l’uomo è in peccato mortale, l’uomo è peggio che non è un porco o un cane; chè que’ sono debitori pure d’una morte, cioè del corpo; e egli di due, cioè della corporale e dell’eternale. Anche è l’uomo in miseria2 della colpa e della pena: il porco e ’l cane, che sono senza colpa, hanno pure la miseria della pena. Se l’uomo è in dubio s’egli è in peccato mortale o sì o no, pur questo dubio è una grande miseria; della quale dice Salamone: Sunt iusti atque sapientes, et opera eorum in manu Dei; et tamen nescit, homo utrum amore vel odio dignus sit, sed omnia in futurum reservantur incerta: E’ sono degli uomini giusti e savi, e l’opere loro nelle mani di Dio; e nientedimeno, non sa l’uomo s’egli è degno d’amore o d’odio, ma tutte le cose si riservano incerte. La qual parola sponendo san Gregorio, dice: Imperò ci sono tutte le cose incerte, acciò che una cosa certa tegnamo, cioè l’umiltà. Or pognamo che l’uomo fosse certo di non essere in peccato mortale; se considera il rischio a ch’egli sta tutto dì di cadere, tra per la negligenzia, e per la ignoranzia, e per la concupiscenzia, e per le tentazioni del diavolo e del mondo e della carne, che dovunche si rivolge truova isdruccioli e trappole, ha cagione d’essere umile e di temere: e con tutte queste cose non si rintuzza, e non si aumilia la superbia nostra. Onde dice san Bernardo: O mara-

  1. Altre edizioni aggiungono: 95: con diligentia; 85: si.
  2. Gli editori del quattrocento, che non si avvidero di riprodurre la correzione di uno sbaglio: di questa vita, cioè della pena.