Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/144

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138 CAPO XXII.

dalla ninfa Bigoe, o Bacchete che sia1: e come pare in versi2; che tal era la veste d’ogni ammaestramento più antico. Sciente di tutte le cose, mirabile indovino, insegnava Tagete non solo la scienza degli augurj, i riti sacri, le cerimonie dell’ara, e ogni altro precetto di divina osservanza, ma si ancora le più misteriose dottrine del Fato, della natura dell’anime, e del loro stato futuro dopo l’inevitabil corso delle debile prove e purificazioni. Questi maravigliosi tesori di sapienza, dono degl’iddii3, si racchiudevano nel testo sacro commentato, spiegato, e dilucidato in quei libri prudenti, che gli Etruschi chiamavano Rituali, Aruspicini, Fulgurali, Fatali, Acherontici4: i cui originali erano scritti da destra a sinistra, secondochè portava la maniera etrusca; e in cotal forma leggevansi anche nell’età di Lucrezio5. Libri sì tanto studiati, che già furono o voltati, o esposti in

  1. Serv. vi. 72.; Fulgent. Planc. 4. conf. Lutatius ad Stat. Theb. IV. 5 16.
  2. Στίχοις Ταγήτος. I. Lyd. de Ost. p. 190. ed. Hase.
  3. Veterem ah ipsis Diis immortalibus, ut hominum fama est, Etruriae datam disciplinam. Cicer. de Harusp. resp. 10. — Gravemente Tacito la chiama: vetustissima Italiae disciplina, xi. 1 5.
  4. Cicer. de Div. i. 33.; Censorin. ii. 14. 17.; Festus. v. Rituales.; Arnob. ii. p. 87.; Serv. iii. 537., viii. 398.; Ammian. Marc. xvii. 10.
  5. Lucret. vi. 380. giustissima osservazione dovuta all’acutezza di Niebuhr. T. 1. not. 341.