Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/239

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

CAPO XXV. 233

mento e progresso in Etruria si rende manifesto per alcuni lavori principali condotti da maestri paesani, di quello stile che diciamo toscanico, o più s’approssima a quello. Questo stile che di mano in mano andava raffinando l’arte prisca, che tenea tanto dell’egizio, ha dovuto introdursi mollo per tempo nella scuola etrusca. Le statue più antiche che si conservavano in Roma ai giorni dello storico naturalista erano fattura d’etruschi artefici, o di quella scuola. Tal era, per tacer d’altre, l’immagine di Giove Capitolino, modellata in terra da un Turiano da Fregelle1: così pure il simulacro di Sanco, o d’Ercole2, e le quadrighe situate sul fastigio del tempio di Giove3, dov’era la statua di Summano4. Le molte statue onorifiche poste in Roma per decreto pubblico ne’ primi secoli5, han dovuto essere anch’elle opere di artefici etruschi: nè dubbiamente gli adornamenti tutti dei tempj v’erano, come dice Varrone, a un modo toscanici6, innanzi che l’arte greca venisse ad abbellire col suo magistero gli edifizi sacri della città. In quell’età adoperavasi la creta come materia principale degli statuari7. I Vejenti avean lode di abili

  1. Varro ap. Plin. xxxv. 12.
  2. Hercules fictilis. Plin. l. c.; Martial. xiv. ep. 178.
  3. Varro l. c.
  4. Cicer. de Div. i. II.
  5. Plin. xxxiv. xxxv.; Liv. passim.
  6. Tuscanica omnia in aedibus Juisse. Varro ap. Plin. l. c.
  7. Praeterea elaboratam liane arleni Jtaliue;, et maxime Etruriac. Varro ap. Plin. l. c.