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206 LIBRO OTTAVO — 1818.

quillità. E se, tanto nella mia diocesi che altrove, saprò che alcuna cosa si tratti in danno dello stato, la manifesterò a S.M.»

XXXVI. Fu questo il concordato del 16 febbrajo 1818. Roma avvantaggiò; e dalla nostra parte il decoro del re, il bene de’ popoli, lo sforzo di cento ingegni, i progressi filosofici di cento anni, perirono in un giorno, per la inerzia di un re, e l’ambizione di un suo ministro. Discorriamone gli effetti. Spiacque a’ sapienti per quel che ho detto, ed a’ lividi cattolici perchè credettero fuggito il momento nel quale la romana curia poteva risalire all’altezza de’ tempi di Gregorio VII. Furono riaperti conventi; i già religiosi, gustata per molti anni la vita libera, repugnavano di tornare alle regole conventuali; ma li costringeva fanatismo di pochi ed autorità del governo. Ed il popolo, ridendo di quelle fogge ormai viete, rammmentava (a vederli camuffati ed austeri) le poco innanzi esercitate disonestà. Numerose missioni uscirono da nuovi conventi, con effetto contrario alle speranze, perciocchè non ascoltate o derise tornavano.

Un guardiano de’ frati notò di censura un capitano delle milizie civili, franco e licenzioso nelle pratiche di religione, onesto nelle civili; e poichè non mutò vita ed anche indarno gli fu interdetta la comunione de’ fedeli, quel frate, messo a bruno l’altare, in giorno festivo, a voce altissima, pronunziò l’anatema. Sia che il capitano avesse amici nel popolo, sia che il tempo degli anatemi fosse passato, i popolani a tumulto minacciarono il guardiano; e l’uccidevano se il capitano istesso pregando e minacciando la plebe, nol difendeva. Quegli fu padre Ambrogio di Altavilla, traslocato in pena di quello scandalo ad altro convento; il capitano, Salati, rimasto in impiego e lodato della generosa difesa; il paese, Gioi nel Cilento; l’anno, 1819.

Finalmente (nè altro dirò, perchè molte carte riempirei se tutti narrar volessi i mali effetti del concordato) il giuramento de’ vescovi eccitando sospetto che le cose religiosamente confessate fossero rivelate al governo, i settarii, i liberali, i nemici de’ potenti, e i potenti trasandavano la confessione a detrimento de’ principii e degl’interessi de’ due sovrani che si concordarono. Intendevano all’adempimento delle stabilite il marchese Tommasi per le nostre parti, il vescovo Giustiniani per le parti di Roma; l’uno e l’altro, per autorità e per animo, assai da meno del tribunale misto, nominato da Carlo nel concordato del 1741. Il delegato della giurisdizione non fu rifatto; mancò d’allora innanzi chi vegliasse alle ragioni della corona e dello stato.

XXXVII. Benchè civile si mostrasse il popolo ne’ fatti del concordato, fu incivilissimo alla fondazione de’ campi santi da prov-