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LIBRO SETTIMO — 1813. 109

mulando | insita superbia, si volsero a’ popoli con lusinghiere promesse di civile libertà. Le costituzioni, le rappresentanze nazionali, il voto de’ cittadini alle spese dello stato, essendo formali assicurazioni ne’ loro editti, e promessa mercede agli sforzi de’ popoli, divennero il nuovo patto di società tra re e soggetti. E più si fece da que’ governi. L’Alemagna, per la natura pensosa e tacita delle sue genti, più atta alle società segrete, ne aveva di ogni rito, di ogni voto, di nome vario, ma tutte libere, ed al bisogno feroci ed operose. A queste istesse, abborrite innanzi, si unirono i re, mossi in quel tempo dall’interesse più grande di opprimere in Bonaparte (in un sol uomo) le monarchie militari, la civiltà moderna, tutto il nuovo del secolo; ma serbando in animo il proponimento d’ingannare, dopo il successo, settarii e popoli.

E cotesti popoli alemanni, inabili, come sono le moltitudini, a veder gli effetti lontani delle sociali instituzioni; stando da venti anni sotto il peso della guerra e dei tributi; travagliati, se amici a Bonaparte, dai pericoli e dalle fatiche delle non proprie conquiste; e, se nemici, vinti, oppressi, depredati più volte; ora gloriosi dell’esser cercati dai re e credersi strumento di vicina nazionale felicità, erano giustamente contrarii della Francia. I settarii, superbi del setteggiare coi monarchi; i dottrinarii politici (perturbatori di ogni bene civile), oramai vicini alla desiderata caduta di quell’uomo, oppressore della libertà; la plebe fra le speranze di novità di stato. Fu dunque nelle genti germane in quell’anno tanto moto e furore contro la Francia, che alla foga di guerra non bastavano l’armi; e vedevansi fanti stranamente vestiti colle fogge e i colori delle sette, combattere con picca o mazza, e numerosi cavalieri, a modo barbaro, con arco e frecce.

Stringerò in poco le cose dette. In men di un anno si videro spezzate le più formali alleanze, sciolti i patti e i giuramenti, tradite le amicizie e le fedi, premiate le rebellioni, qualche rara virtù castigata, niente di santo, di sacro, di rispettato innanzi, mantenuto. E tutto ciò dalla maggiore, prima nel mondo, adunanza di re, per non altri motivi che di dominio e vendetta, e L’alta disonestà coronata dalla fortuna ed applaudita dalle opinioni. Un grande esempio diviene principio e genio del secolo, al quale esempio, dopo il successo, si dà nome di virtù; lo ammira il mondo, diviene persuasione delle menti comuni, e sino a che per uso e disinganno non cade, si fa cagione o pretesto alle novità di stato. Così la congerie dei fatti obbrobriosi che ho narrato si chiamò amore d’indipendenza ed ogni mancamento pubblico o privato, carità e zelo di patria. Noi vedremo nel progresso di queste istorie come quella indipendenza legavasi alla legittimità, come dall’innesto derivava la voglia nei popoli e il bisogno delle moderne costituzioni e come