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LIBRO SETTIMO — 1813. 111

proscrisse la setta, fece decreti minaccevoli di asprissime punizioni.

Maggior nerbo di carboneria e corrispondenza. più facile con la Sicilia era in Calabria, indi più grande la severità; pur questa volta affidata al general Manhès. Per molte cure della polizia, molte macchinazioni disvelate, formati i processi, ordinati i giudizii, le commissioni militari risorte punivano di morte i settarii. Primo della setta o dei primi era un tal Capobianco, giovine potente, audace capitano delle milizie urbane nella sua terra edificata come rocca sopra monti asprissimi della prima Calabria; e perciò essendo dfflicile arrestarlo, si faceva sembiante di non crederlo reo, mentre egli sospettoso e scaltro, sfuggiva le secrete insidie. Ma un giorno il general Iannelli simulandogli amicizia, lo invitò per lettere a convito ch’egli ad occasione di pubblica cerimonia dava in Cosenza, capo della provincia, dicendogli che avrebbe compagni altri uffiziali delle milizie e le maggiori autorità civili ed ecclesiastiche. Dubitò da prima il Capobianco: di poi non temendo inganni nei viaggio per vie inusitate con buona guardia; nè temendo in Cosenza, perchè proponevasi di giugnere all’ora appunto del convito, ed appena compiuto partirne; nè in casa del generale, perocchè in presenza di tutte le autorità della provincia depositarie e generanti sì del potere, sì della morale del governo, rendendo grazie al generale, accettò l’invito.

Vi si recò, fu accolto, desinò lietamente, e partiva; ma uscendo della stanza trattenuto dai gendarmi, condotto in carcere, e nel dì seguente giudicato dalla commissione militare, e dannato a morte, fu nella pubblica piazza di Cosenza, sotto gli occhi delle genti inorridite, decapitato. E dopo ciò, alcuni (tanto la politica avea mutato la natura delle cose) fuggivano i pericoli e la servitù del regno di Murat per andare in Sicilia a respirar libertà sotto i Borboni. Certo è che nella universale credenza molti vizii, che le istorie e la memoria degli uomini rammentavano di Ferdinando, sembravano corretti; e molte qualità di Gioacchino (la bontà, la clemenza), per i suoi recenti errori, scomparse. Le violenze e le asprezze poco innanzi adoperate contro il brigantaggio, non si poteva riadoperarle contro la setta de’ carbonari, perocchè il brigantaggio esercitava misfatti, la setta chiedeva leggi; ed erano briganti i più tristi della società, carbonari gli onesti: la carboneria si depravò col crescere, ma in quel tempo era innocente; venne richiesta o approvata dal governo, avea riti e voti benefici e civili. I più amici di Gioacchino, i più legati alla sua fortuna, non settarii, non torbidi, lo pregavano a disarmare la carboneria con gli usati modi di pubblicità e di lusinghe, come già in Francia e tra noi erasi praticato per la massoneria; ma lo sdegno, potente in lui, lo tenne saldo nel mal consiglio.