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LIBRO QUINTO — 1799. 273

zare su le forche. E Velasco: «Nol farai», replicò; nè compiuta la parola, sì avventò al nemico, e strascinandolo alla finestra sperava che precipitassero insieme. Lo scrivano presente lo impedì; ed accorrendo alle grida gli sgherri della giunta, Velasco andò solo al precipizio.

ll conte di Ruvo svillaneggiato dal giudice Sambuli, ruppe le ingiurie, dicendogli: «Se fossimo entrambo liberi, parleresti più cauto; ti fanno audace, queste catene», e gli scosse i polsi sul viso. Quel vile impallidito comandò che il prigioniero partisse; e non appena uscito, scrisse la sentenza che al dì vegnente mandò quel forte al supplizio. Egli, nobile, dovendo morir di mannaja, volle giacere supino per vedere a dispregio scender dall’alto la macchina che i vili temono.

Altri prigionieri nella fossa profonda del Castelnuovo tentarono il fuggire; ajutati da egregia donna, libera in città, perciocchè nel tempo tristissimo che descrivo, impediti gli uomini dal pericolo e dalla paura, le donne presero il carico di assistere gli afflitti. Elle, spregiate nelle sale de’ ministri, scacciate dalle porte delle prigioni, oltraggiate nella sventura dalle lascivie degli scrivani e de’ giudici, tolleravano pazientemente le offese; e senz’ardire o viltà, tornavano il dì seguente alle medesime sale, alle medesime porte, a dissimulare le patite ingiurie colla modestia e col pianto. Se alcuno sfuggì dalla prefissa morte, o se di altri scemò la pena, fu in mercè delle cure e della pietà delle donne. Delle quali una, per fatica e per cimenti, fece penetrare nella fossa lime, ferri, funi, altri stromenti; architetto della impresa il matematico Annibale Giordano, rammentato nel III libro; gli altri, addetti a segare i cancelli ed a comporre gli ordegni per discendere al sottoposto mare della darsena, dove piccola preparata nave li accoglieva. E già stando sul termine il lavoro, si allegravano della speranza di libertà que’ prigionieri, diciannove di numero, ma di virtù smisurata; però che tra loro vedevi Cirillo, Pagano, Albanese, Logoteta, Baffi, Rotondo; quando nel pieno della notte, schiuse le porte, videro entrare nella fossa Duecce, un giudice di polizia, birri, sgherri, altre genti; e i due primi andar dirittamente dove stavano sotterrati. gl’istromenti, e poi ad una cava ed a’ cancelli, cammino disposto al fuggire; non come uomini che van dubbiosi, ma spediti e certi. Avvegnachè due de’ prigioni, lo stesso Annibale Giordano, provetto ne’ tradimenti, e Francesco Bassetti generale della repubblica, palesarono al comandante del forte le avanzate pratiche in premio di salvezza. E difatti diciassette subirono infima sorte; i due vissero vita infame, corta il Bassetti, lunga e non misera il Giordano.

Continuavano i giudizii. Il giudice Guidobaldi, tenendo ad esame il suo amico Niccolò Fiorentino, uomo dotto in matematiche, in

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