Pagina:Storia del reame di Napoli dal 1734 sino al 1825 I.pdf/285

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

LIBRO QUINTO — 1799. 275

adempimento della sentenza; pel qual tempo Hamilton e Nelson facendoli dire nelle carceri che s’egli invocasse le grazie del re le otterrebbe, quel magnanimo rispose aver perduto nello spoglio della casa tutti i lavori dell’ingegno, e nel ratto della sua nipote, donzella castissima, le dolcezze della famiglia e la durata del nome; che nessun bene lo invitava alla vita, e che aspettando quiete dopo la morte, nulla farebbe per fuggirla, E l’ebbe sulle forche insieme a Mario Pagano, Ignazio Ciaja e Vincenzo Russo: tanta sapienza, c tanti studii, e tanto onore d’Italia distruggeva un giorno. La plebe spettalrice fu muta e rispettosa, poi dicevano che il re, se non fosse stato sollecito il morir di Cirillo, gli avrebbe fatta grazia; ma quella voce menzognera e servile non ebbe durata nè credito.

VI. Sarebbe lungo e doloroso uffizio discorrere a parte a parte le opere malvage dei tiranni, le commiserevoli degli oppressi; e però a gruppi narrerò molti casi spietati e ricordevoli. Morirono de’ più noti del regno intorno a trecento, senza contare le morti nei combattimenti o pei tumulti; e furono dell’infelice numero Caraffa, Riario Colonna Caracciolo, cinque Pignatelli (di Vaglio, di Strongoli, di Marsico). ed altri venti almeno di illustre casato; a fianco ai quali si vedevano uomini chiarissimi per lettere o scienze, Cirillo, Pagano, Conforti, Russo, Ciaja, Fiorentino, Baffi, Falconieri, Logoteta, de Filippis, Albanese, Bagni, Neri ed altri assai; poscia uomini notabili per sociali qualità, i generali Federici, Massa, Manthonè, il vescovo Sarno, il vescovo Natale, il prelato Troise; e donna rispettabile la Pimentel, e donna misera la Sanfelice, Non vi ha città o regno tanto ricco d’ingegni che non avesse dovuto impoverirne per morti tante e tali. Ed a maggior pietà degli animi gentili rammenterò che si vide troncato il capo ai nobili giovanetti Serra e Riario che non compivano il quarto lustro, ed a Genzano che appena toccava il sedicesimo anno; per il quale si avverò fatto incredibile. Solo, di casa ricchissima e patrizia, bello di viso e di persona, speranza di posterità, morì dal carnefice; ed il padre di lui, marchese Genzano, troppo misero, o schiavo, o ambizioso, o mostro, dopo alcune settimane della morte del figlio convitò a lauto pranzo i giudici della giunta.

Altro spettacolo miserabile era la povertà delle famiglie; i beni stavano incamerati o sequestrati dal fisco, le case vote perchè spogliate nel sacco, il credito spento nella nudità di ogni cosa, ed i soccorsi dei parenti e degli amici consumati nella prigionia e nei maneggi del processo dall’avidità degli scrivani e dei giudici, Era vietato per legge parlare ai prigionieri, o saper delle accuse, o accedere ai magistrati; ma tutto diventò venale; la pietà, la giustizia stavano a prezzo. E però famiglie agiate sino a quel giorno stentavano la vita, e spesso accattavano ii nutrimento. All’amministra-