Pagina:Storia della circolazione monetaria secolo XI-XII.djvu/49

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
48 Antonio Olivieri

l’inizio del XII secolo) sia il rapporto di valore tra le due monete, che era allora di 1 a 1,2 in favore della moneta pittavina. Il denaro segusino si affermò a Torino solo a partire dagli anni quaranta e a Ivrea ancora più tardi. La componente politica che finì per favorire la sua affermazione, in quanto simbolo di prestigio e misura di contrasto economico dei concorrenti politici, è evidente1. A questo proposito va posta in debito rilievo la capacità finalmente acquisita da parte dei Savoia di promuovere un efficace flusso di moneta prodotta in proprie officine di conio e recante i simboli del proprio potere, in grado di affermarsi su mercati che non ricadevano ancora entro la sfera diretta del controllo politico principesco. Tutto ciò derivò con ogni probabilità dai progressi notevoli che i Savoia dovevano aver compiuto nel controllo delle ragguardevoli risorse di cui disponevano i protagonisti della vita economica valsusina: entro il panorama non generoso delle fonti di cui si dispone spicca, come testimonio rappresentativo della capacità di attingere alle risorse mobiliari disponibili, il rilevante prestito di 11.000 soldi denominati in moneta segusina che Amedeo III nel marzo 1147, in partenza per la crociata, riuscì a farsi accordare dall’abate di San Giusto di Susa2.

La moneta sabauda finì quindi per diffondersi negli stessi anni in cui nacque e subito vigoreggiò la moneta astigiana. Fu con ogni probabilità percepita come qualcosa di analogo alla moneta astigiana e alle altre monete comunali, ma costituiva invece una novità assoluta nel quadro istituzionale dell’Italia centro settentrionale. Battuta sul modello delle monete “feudali” francesi, essa è infatti la prima moneta signorile sorta (ma, come si è visto, non la prima a diffondersi) in Italia, vale a dire in un ambito in cui la moneta resta sino al XII secolo un fatto pubblico, la cui produzione è monopolizzata dalle zecche di tradizione regia e imperiale, e resta insieme, ancor più a lungo, un fatto cittadino3.

È chiaro che il composito quadro storico che si è delineato acquisirebbe migliore intelligibilità se venisse posto a confronto con le situazioni della circolazione monetaria coeva di altre zone italiane e oltralpine. Pur non potendo procedere a una comparazione estesa, si può provare a ragionare sulla base di alcuni esempi, nell’intento se non altro di porre meglio in luce l’esistenza di alcuni problemi legati da un lato alla circolazione monetaria entro ambiti geografici e territoriali di varia definizione, dall’altro legati alle dinamiche dell’espansione di certe monete fuori dalle loro zone di origine. Si è visto nell’introduzione che il Lazio dei secoli XI e XII presenta interessanti elementi di analogia e di differenza rispetto all’area qui studiata4: medesima assenza di un circolante locale ma, nel Lazio, un traffico monetario domina

  1. Si vedano le sintetiche ma chiare deduzioni di Haverkamp, Herrschaftsformen der Frühstaufer cit., p. 587 e note 125 e 126 sia sulla componente politica dell’avanzata della moneta di Susa in ambito Piemontese sia sulla prolungata resistenza della moneta di Poitiers.
  2. Cfr. sopra, nota 124.
  3. Cfr. sopra, nota 169 e testo corrispondente.
  4. Si veda sopra, testo corrispondente alla nota 6.