Pagina:Storia della letteratura italiana - Tomo I.djvu/128

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Parte II. 89


si soleano celebrare, gli fu con universal consentimento decretata: così ne assicurano Cicerone1, Valerio Massimo2, Filostrato3, e Platone4, che certo non fu adulatore di Gorgia, come or ora vedremo. Quindi non dee credersi a Plinio, che asserì5 averla Gorgia, consentendolo il popolo, a se medesimo innalzata. Pausania dice6, che dorata solamente fu questa statua; ma tutti gli altri Autori sopraccitati affermano, ch’ella fu tutta d’oro. Basti quì recare il testimonio di Cicerone: Cui [Gorgiæ] tantus honos habitus est a Græcia, soli ut ex omnibus Delphis non inaurata statua, sed aurea statueretur. Il qual singolare ed unico onore conceduto a Gorgia è argomento chiarissimo di unico e singolar merito in lui dalla Grecia tutta riconosciuto.

[XXI. Per qual motivo Platone sembri parlarne con biasimo.]XXI. Non vuolsi però a questo luogo dissimulare, che Platone non parlò di Gorgia in maniera vantaggiosa molto e onorevole; anzi pare, che il Dialogo, a cui egli da Gorgia stesso diede il nome, fosse da lui scritto e divulgato per mettere in derisione un sì valente Oratore. Sul qual Dialogo bellissima è la riflessione di Cicerone: Io l’ho letto attentamente, dice egli7; e in esso parmi singolarmente degno di maraviglia, che, mentre Platone si ride degli Oratori, mostrasi egli stesso un Orator facondissimo. Ma facil cosa è ad intendere, per qual ragione si conducesse egli a scriver di Gorgia così. Aveva Gorgia, come si è detto, uno stile gajo al sommo e fiorito e pieno di vezzi; e cogl’ingegnosi riscontri e con altre somiglianti figure, di cui piacevasi, congiunte alla grazia del favellare, pareva capace di persuadere al popolo qualunque cosa più gli piacesse, e condurlo ancora a dannose ed ingiuste risoluzioni. Quindi il severo Platone attento ad allontanare dalla Repubblica ogni pericolo di rovina, giudicò di dovere screditare e deridere un’eloquenza, ch’ei temeva, che potesse un giorno riuscirle funesta e dannosa. A questa ragione non potremmo noi forse aggiugnerne un’altra ancora, e non ci sarebbe egli lecito di sospettare, che anche il divino Platone non fosse del tutto esente da gelosia e da invidia, e che veggendo for-

Tom. I. M se
  1. Lib. III. de Orat. n. 154.
  2. L. VIII. cap. XV.
  3. Vit. Sophist. lib. I.
  4. In Gorgia.
  5. Hist Nat. lib. XXXIII. c. IV.
  6. Descript. Græc. l. X. c. XVIII.
  7. L. I. de Orat. n. 89.