Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/20

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Lassa che mi dicìa,
     Quando m’avìa in celato:
     « Di te, o vita mia,
     Mi tegno più pagato.
     Che s’io avessi in balìa
     Lo mondo a signorato ».

Sono sentimenti elementari e irriflessi, che sbuccian fuori nella loro natìa integrità senza immagini e senza concetti. Non ci è poeta di quel tempo, anche trai meno naturali, dove non trovi qualche esempio di questa forma primitiva, elementare, a suon di natura, come dice un poeta popolare, e com’è una prima e subita impressione colta nella sua sincerità. Ed è allora che la lingua esce così viva, e propria e musicale che serba una immortale freschezza, e la diresti pur mo’ nata, e fa contrasto con altre parti ispide dello stesso canto. Rozza assai è una canzone di Enzo re; ma chi ha pazienza di leggerla, vi trova questa gemma:

Giorno non ho di posa,
Come nel mare l’onda:
Core, chè non ti smembri!
Esci di pene e dal corpo ti parte:
Ch’assai val meglio un’ora
Morir, che ognor penare.

Rozzissima è una canzone di Folco di Calabria, poeta assai antico; ma nella fine trovi lo stesso sentimento in una forma certo lontana da questa perfezione, pur semplice e sincera:

Perzò meglio varrìa
Morir in tutto in tutto,
Ch’usar la vita mia
In pena ed in corrutto,
Come uomo languente.