Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/268

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Così orai, e quella sì lontana,
Come parea, sorrise e riguardommi:
Poi si tornò alla eterna fontana.

Come Dante non potè entrare nel paradiso terrestre a vedere il simbolo del trionfo di Cristo senza lo scotto del pentimento, così non può ne’ Gemelli o stelle fisse contemplare il trionfo di Cristo che non dichiari la sua fede. Allora san Pietro lo incorona poeta, e poeta vuol dire banditore della verità. San Pietro gli dice:

E non nasconder quel ch’io non nascondo.

Così la commedia ha la sua consacrazione e la sua missione. È la verità bandita dal cielo, della quale Dante si fa l’apostolo e il profeta: è il poema sacro. Con quella stessa coscienza della sua grandezza che si fe’ sesto fra cotanto senno, qui si pone accanto a san Pietro e se ne fa l’interprete, congiungendo in sè le due corone, il Savio e il Santo, l’antica e la nuova civiltà, il filosofo e il teologo.

Dichiarata la sua fede, consacrato e incoronato, Dante si sente oramai vicino a Dio. Avea già contemplata la Divinità nella sua umanità, il Dio-uomo. Il trionfo di Cristo, la festa dell’Incarnazione, sembra reminiscenza di funzioni ecclesiastiche, co’ suoi principali attori, Cristo, la Vergine, Gabriello. Cristo e la Vergine sono come nel Santuario, invisibili; la festa è tutta fuori di loro e intorno a loro. Succede il trionfo degli Angioli, e poi nell’Empireo il trionfo di Dio.

L’empireo è la città di Dio, il convento de’ Beati, il proprio e vero paradiso. Beatrice raggia sì, che il poeta si concede vinto, più che tragedo e comico superato dal suo tema, e desiste dal seguir più dietro a sua bellezza poetando,

Come all’ultimo suo ciascun artista.