Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/286

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In tante parti e sì bella la veggio,
Che se l’error durasse, altro non chieggio.

La famiglia, la patria, la natura, l’amore sono per il poeta, com’era Dante, cose reali, che riempiono la vita e le dànno uno scopo. Per il Petrarca sono principalmente materia di rappresentazione: l’immagine per lui vale la cosa. Ma come ci è insieme in lui la coscienza che è l’immagine, e non la cosa, la sua soddisfazione non è intera, ci è in fondo un sentimento della propria impotenza, ci è questo; non potendo avere la realtà, mi appago del suo simulacro. Onde nasce un sentimento elegiaco dolce amaro, la malinconia sentimento di tutte le anime tenere, che non reggono lungamente allo strazio e non osano guardare in viso il loro male, e si creano amabili fantasmi e dolci illusioni. Manca al suo strazio l’elevata coscienza della sua natura e la profondità del sentimento. Ci è anzi in lui la tendenza a dissimularselo, cercando scampo nella benefica immaginazione. La fisonomia di questo stato del suo spirito è scolpita nella canzone:

Chiare, fresche e dolci acque,

cielo fosco e funebre che a poco a poco si rasserena nei più cari diletti dell’immaginazione, insino a che da ultimo divien luce di paradiso:

Costei per fermo nacque in paradiso.

Il poeta è così attirato in questo mondo fabbricatogli dall’immaginazione, che quando si riscuote, domanda:

Qui come venn’io, o quando?

Il suo obblio, il suo sogno era stato così tenace, così simile alla realtà, che gli parea essere in cielo, non là dov’era. Questa dolce malinconia è la verità della sua ispirazione, è il suo genio. Quando si sforza di uscirne, spunta spesso il retore: le sue collere, le sue ammira-