Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/30

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

― 20 ―

uno stampo, in andamento piano, uguale e tranquillo, e in una lingua così propria e sicura, che non ne hai esempio ne’ più tersi e puliti siciliani. Comincia così:

Amante — O gemma leziosa,

Adorna villanella,

Che sei più virtudiosa
Che non se ne favella:
Per la virtude che hai,
Per grazia del Signore,
Ajutami, che sai,

Ch’io son tuo servo, amore1.


Donna — Assai son gemme in terra

Ed in fiume ed in mare,

Che fanno virtude in guerra,
E fanno altrui allegrare:
Amico, io non son dessa
Di quelle tre2 nessuna:
Altrove va per essa,
E cerca altra persona.

Con questa precisione e sicurezza di vocabolo e di frase, che ti annunzia un volgare già formato e parlato, si accompagna una misura e una grazia ignota alla nudità molle e voluttuosa della vita meridionale. E vaglia per prova la fine di questa tenzone, di una decenza amabile, così lontana dal plebeo, allo letto ne gimo, di Ciullo.

Donna — Tanto m’hai predicata,

E sì saputo dire,

Ch’io mi sono accordata:

Dimmi: che t’è in piacere?


Amante — Madonna, a me non piace

Castella, nè monete:
Fatemi far la pace
  1. Il tuo amore, il tuo innamorato.
  2. Gemme.