Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/404

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Crederei, quando io fussi nell’inferno,
Sentendo voi, volar nel regno eterno.

La ripigliata è il vezzo del rispetto toscano. Ci si vede il cervello in riposo, fra onde musicali, e come viene la idea, non corre a un’altra, ma ci si ferma e la trattiene deliziosamente nell’orecchio, finchè non le abbia data tutta la sua memoria. Questo palpare e accarezzare l’idea, compiuta già come idea, ma non ancora compiuta come suono, è proprio della poesia popolare, povera d’idee, ricca d’immagini e di suoni. La parola è nel popolo più musica che idea. Ciò che si diceva allora: cantare a aria qual si fosse il contenuto, o come dice un poeta, siccome ti frulla. Così cantavasi Crocifisso a capo chino, una Lauda, con la stess’aria di una canzone oscena.

Tra queste impressioni nacque la canzone di maggio, il saluto della primavera:

Ben venga Maggio,
E il gonfalon selvaggio,

cantata dalle villanelle, che venivano a Firenze, anche due secoli dopo, come afferma il Guadagnoli. Vi si nota la fina eleganza di un uomo che fa oro ciò che tocca, congiunta con una perspicuità che la rende accessibile anche alle classi inculte. Se Lorenzo esprime della vita popolare il lato faceto e sensuale, con l’aria di chi partecipa a quella vita, ed è pur disposto a pigliarne spasso; il Poliziano anche nelle sue più frivole apparenze le gitta addosso un manto di porpora, elegante spesso, gentile e grazioso sempre. Alla idealità del Poliziano si accosta alquanto solo il Trionfo di Bacco e Arianna.

Lorenzo e il Poliziano sono il centro letterario dei canti popolari, sparsi in tutta Italia non solo in dialetto, ma anche in volgare, e di alcuni ci sono rimasti i primi