Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/47

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dell’inferno, erano il tema comune de’ predicatori e rappresentazioni nelle chiese su per le piazze, sotto il nome di misteri, feste, moralità. È rimasta memoria di una visione dell’inferno, con la quale Gregorio VII quando era predicatore atterriva l’immaginazione de’ suoi uditori: ed è visione di un fantastico e di una crudezza di colori che mette il brivido. In Morra, mio paese nativo, ricordo che nella festa della Madonna, quando la processione è giunta sulla piazza, comparisce l’Angiolo, che fa l’annunzio. Ed è ancora la vecchia tradizione dell’Angiolo, che allora apriva la rappresentazione, annunziando l’argomento. È nota la grande rappresentazione dell’altro mondo in Firenze, che, rottosi il ponte di legno sull’Arno, costò la vita a molte persone.
Questa materia religiosa, che ispirò tanti capilavori di pittura e di scultura e di architettura, era efficacissima fonte di poesia, congiungendo in sè il fantastico e l’affetto, il divino e l’umano, e nelle sue gradazioni dallo inferno al paradiso facendo vibrar tutte le corde dello spirito. La sua tendenza troppo ascetica e spirituale era vinta dal grosso senso popolare, che paganizzava e umanizzava tutto. In questa storia religiosa, il cui proprio teatro è l’altra vita, a cui questa è preparazione, l’uomo mescolava le sue passioni terrene, le sue vendette, i suoi odii, le sue opinioni, i suoi amori. Maria era l’anello che giungeva la terra al cielo, e il devoto le parla con tutta familiarità, e le ricorda che la è stata pur donna. Jacopone dice:

Ricevi, donna, nel tuo grembo bello
Le mie lagrime amare.
Tu sai che ti son prossimo e fratello,
E tu nol puoi negare.


Lei implora il Trovatore nel suo colpevole amore, a lei si raccomanda anche oggi il brigante nelle sue scellerate spedizioni. Maria, Gesù, i Santi, gli Angioli, Luci-