Pagina:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu/24

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sulle antiche basi la monarchia dei suoi padri. Vedemmo rialzato un edifizio la cui rovina datava dalla morte di Carlo Emanuele III; indietreggiammo di mezzo secolo. Quelle istituzioni salutari e mallevadrici uscite dal seno dell’assemblea costituente, che furono rispettate dall’assennato dispotismo di Napoleone Buonaparte, sparirono; dell’amministrazione francese non ci restò se non quello che impediva di apprezzarne il valore, avvegnachè ritornando sotto le antiche leggi, e sotto l’antico sistema di governo, non ne furono però egualmente conservati i vantaggi. Ogni sistema vanta i suoi, e quello che ora si voleva, o meglio si credeva ristabilire in Piemonte, due principalmente ne offriva, che avrebbero potuto riuscir di compenso a ciò che si perdeva: severa economia nell’amministrazione, mezzo quindi a modicità d’imposte, l’uno; l’alta polizia affidata ai magistrati, l’altro. Arrogi l’organizzazione dei corpi municipali, aventi un capo uscito dal grembo loro, e rinnovantisi da per sè stessi, i privilegi dei quali godevano molte provincie, e la maggior parte delle città; salvaguardia a quelle stesse che ne erano prive1. Ma doveva il Piemonte sopportare tutti gl’inconvenienti dell’antico reggimento, resi più sensibili, dacchè associati a nuove instituzioni, le quali isolate non fanno che accrescere l’assolutismo della monarchia, e somministrano all’arbitrio i mezzi di spiegare la sua

  1. Egli è fuor di dubbio, se mal non mi appongo, che il governo si studia sempre di trattare con maggior discrezione quelle città o provincie che son prive di privilegi, nell’animo di prevenire odiose comparazioni.