Pagina:Storia delle arti del disegno II.djvu/118

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112 Progressi e Decadenza dell’Arte

§. 9. I lavori dello stile sublime in confronto di quei dello stile bello possono assomigliarsi agli uomini de’ tempi eroici, e agli eroi stessi d’Omero, in paragone de’ colti e civili abitatori d’Atene, mentre quella repubblica era in fiore. Facciamo un confronto più fondato sul vero: paragoniamo i primi lavori all’eloquenza di Demostene, i secondi a quella di Cicerone. Siccome l’orator d’Atene ne rapisce con violenza, e quel di Roma soavemente ci attrae; così quelle grandi opere non ci lasciano tempo di riflettere sulle bellezze dell’esecuzione, le quali ne’ lavori susseguenti si mostrano anche non ricercate, come risaltano le bellezze oratorie di Cicerone in mezzo ad una luce generale, che nasce dai principj dell’eloquenza.

[...e la grazia...] §. 10. La grazia, altro principale distintivo dello stile bello, sta nel gesto, si manifesta nell’azione e nella mossa del corpo, ed ha pur luogo nel getto del panneggiamento, e in tutto ciò che al vestimento appartiene. Gli artisti successori di Fidia, di Policleto, e de’ loro contemporanei, andarono più che quelli in traccia della grazia, e seppero esprimerla ne’ loro lavori; e se i primi a ciò non giunsero, ne fu cagione la sublimità delle idee loro, e la rigida esattezza del loro disegno. Quello punto merita una particolare considerazione.

§. 11. Que’ gran maestri dello stile sublime non altra bellezza aveano ricercata fuori di quella che consiste in una perfetta armonìa delle parti e in un’espressione sublime: aveano cercato il vero bello, anziché il grazioso. E poichè


del


    altri Petronio Satyr. pag. 311.: Zeuxidis manus viai nondum vetustatis injuria victas; Silio Italico Sylv. lib. i. cap. 3. vers. 47.:

    Vidi artes, veterumque manus, variisque metalla
    Viva modis.

    Marziale lib. 4. epigr. 39. vers. 3. segg.:

    Solus Praxitelis manus, Scopæque,
    Solus Phidiaci toreuma cæli,
    Solus Mentoreus kabes labores;

    ed altri presso il Volpi nelle note a Properzio lib. 3. eleg. 21. v. 30. pag. 841.