Pagina:Storia delle arti del disegno II.djvu/360

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354 S t o r i a   dell’A r t e   greca

messi e attaccati con chiodi ai cavalli porti sul portale della chiesa di s. Marco a Venezia, si è voluto inferire che siane andato a male il getto1, e che forse sian essi pure opere dei tempi di Nerone.



§. 9. La


    rone fu consecrata al sole. Dall’uso dunque che ne fecero i Romani, si può argomentare che sia stata la medesima dal suo autore ridotta a perfezione. Aggiugne lo storico che „ la statua suddetta era un indizio d’essere mancata la scienza di fondere il bronzo, avvegnachè e Nerone fosse disposto a spendere qualunque gran somma di denaro, e Zenodoro non la cedesse a veruno degli antichi nella scienza di fondere e di ciselare„. Se quel colosso fosse stato di bronzo, come avrebbe Plinio potuto proporlo per argomento d’essere mancata la scienza di fondere il bronzo? Nerone l’avrebbe bensì a qualunque costo voluto di tal metallo, e Zenodoro tra tutti gli artisti de’ tempi suoi sarebbe stato più al caso di tentar l’opera; ma conoscendone egli forse la difficoltà, non ha stimato spediente di metterli al cimento.
    Si vuole nondimeno da un celebre moderno scrittore, Tiraboschi Storia della Letteratura italiana, Tom. iI. lib. I. c. XI. §. V., che il contesto di Plinio contraddica a ciò apertamente; poichè, per suo avviso, ivi non parla che di lavori di bronzo, di marmi ragionando altrove. Nè è credibile, soggiugne lo stesso, che Zenodoro temesse di non riuscirvi, egli che ne avea fuso altre volte, e specialmente una statua di Mercurio di gran pregio. Queste ragioni però, che hanno indotto l’eruditissimo autore a ravvisare nell’oscuro passo di Plinio un colosso di bronzo piuttosto che di marmo, non sembranmi sì convincenti che non si possa andar loro incontro. Per quanto spetta alla prima, sebbene in quel capo ragioni Plinio più specialmente de’ lavori di bronzo, ciò non ostante ci vi tratta eziandio delle statue di legno, di marmo, di terra, e per sino delle statue che solevansi di panni rivestire. Ma diasi che Plinio abbia ivi parlato di soli lavori in bronzo: avrebbe egli potuto fra quelli noverare anche l’opera di Zenodoro, la quale benchè non sia stata di bronzo, avrebbe però dovuto esserlo, se l’artista vi si fosse determinato. Nè osta ciò che avvertesi in fecondo luogo della grande abilità di Zenodoro nel fondere il bronzo. Siccome nella pittura ed architettura, così pure nella statuaria il bisogno dell’abilità va crescendo in proporzione della grandezza ed estension dell’opera. Non è quindi maraviglia che Zenodoro abbia potuto produrre altre opere eccellenti in bronzo di minor mole, qual fu il Mercurio, opera di dieci anni, e che non abbia poi voluto arrischiarsi a fondere in quel metallo la statua colossale di Nerone. [ Il luogo citato del ch. Tiraboschi ha eccitati quattro bravi ingegni a far delle ricerche sul contrastato passo di Plinio; e i loro sentimenti furono riportati dal lodato scrittore nel Tomo di appendici alla sua opera, e quindi poste a suo luogo nell’edizione romana dalla pag. 232. fino alla pag. 242. A chi avrà la curiosità di vederle non dispiacerà l’erudizione, che vi è sparsa, e la confutazione, che vi si fa dell’opinione adottata senza verun giusto fondamento dagli Editori Milanesi in quella nota. Io per me credo, che in poche parole si possa spiegare il sentimento di Plinio non tanto oscuro e difficile come si vuole. Egli in sostanza scrive, che ai tempi di Nerone più non si sapeva fare quella bella qualità di bronzo con lega d’oro, e d’argento, come si faceva in altri tempi. Ciò si conobbe apertamente in occasione, che quell’imperatore volle farsi innalzare una statua colossale in quel metallo per mezzo di Zenodoro artisti altronde famoso nel gettare in bronzo. Questi non potè riuscire a farla con tal qualità di bronzo, quantunque Nerone fosse pronto a somministrargli quanto mai bisognava d’oro, e d’argento per comporlo.
    Niente di più credo che abbia voluto dir Plinio. Egli a riguardo dell’ignoranza degli artisti per quella lega già si era spiegato chiaramente nel cap. 2. sect. 3., dicendo che si era perduta l’arte di fondere il metallo prezioso, cioè quello, in cui entrava oro, e argento. Se però possiamo predar fede a Giovanni Antiocheno, cognominato Malala, Hist. chron. lib. 10. pag. 101. B., non era ancora dimenticata verso i tempi di Tiberio; poichè l’Emorroissa celebre nell’Evangelio, creduta da quello scrittore la stessa che Veronica, fece ergere nella città di Paneade al Salvatore una statua di bronzo misto d’oro, e d’argento, distrutta poi da Giuliano l’apostata. Glica Annal. par. 4. pag. 253. C., e l’autore delle Enarrat. cronogr. presso Bandurio Imper. orierit. sive Antiq. Constantinop. par. 3, lib. 5. pag. 96. Tom. I.

  1. Vedi qui avanti pag. 34.