Pagina:Storia delle arti del disegno III.djvu/124

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106 O s s e r v a z i o n i

non cercano d’imitare gli antichi, va tutto all’opposto. Gli ornamenti di quelli hanno fra di loro un certo accordo, e una certa armonia, come tanti rami, che appartengono ad uno stesso tronco; ma i moderni fanno cose sì sconnesse e strampalate, che non vi si trova, come suol dirsi, nè capo, nè coda. Finalmente si sono posti alle facciate degli edifizj dei cartocci simili a quelli, di cui gl’incisori francesi, e quei d’Augusta si servono da qualche tempo in qua per contorni dei loro rami. Il più stomachevole esempio del corrompimento del buon gusto si ha nell’Italia stessa, cioè a Portici. Il duca di Caravita vi ha fatto lavorare in pietra in un giardino, che possiede vicino al palazzo reale, tutto ciò che l’immaginazione di quegl’incisori ha prodotto giammai di più bizzarro e stravagante; e quelle invenzioni grottesche sono collocate ciascuna separatamente all’altezza di più braccia lungo i viali di quel giardino.

§. 28. Michelangelo, il di cui genio secondo non potea contenersi nei limiti dell’economia degli antichi, e dell’imitazione dei loro capi d’opera, cominciò a metter fuori delle novità, e a dar negli eccessi in materia d’ornati. Borromini, che lo superò in quello cattivo gusto, l’introdusse nell’Architettura; e da lui si comunicò ben presto all’Italia tutta, e agli altri paesi, ove si manterrà; perocchè noi ci allontaniamo sempre più dalla semplicità degli antichi, e dalla loro maestosa sodezza; simili molte volte a que’ re del Perù, i giardini de’ quali erano ornati di piante, e di fiori d’oro, che servivano a far palese al tempo stesso la loro grandezza e il cattivo loro gusto.



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