Pagina:Storia delle arti del disegno III.djvu/316

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298 D i s s e r t a z i o n e

modo cogl’incendj, attaccando fuoco alle fabbriche, e fra le altre al palazzo del prefetto della città, che ogn’anno si mutava. Così fece al palazzo grandioso di Simmaco in Trastevere, per avere inteso affermare da un sol uomo dei più vili, che quello prefetto avea detto di voler piuttosto impiegare il suo vino a smorzar calce, che darlo al prezzo, che desiderava il popolo. Lo stesso trattamento fu fatto al palazzo del prefetto Lampadio successore di Simmaco1: ond’è che s. Ambrogio scrive2, che era cosa frequente il veder preda delle fiamme la loro abitazione.

Al mantenimento delle fabbriche gl’imperatori aveano lasciato un fondo determinato, e spesso comandavano ai prefetti di restaurarle: ma o quelli non se ne curassero molto, o le entrate a quell’effetto desinate fossero scarse, ed insufficienti, com’è probabile, per ciò che vedremo, qualche fabbrica andava da sé medesima rovinando. Ne danno prova indubitata gl’imperatori Valentiniano, e Valente in una legge del citato titolo del Codice Teodosiano diretta nell’anno 364. a Simmaco ora menzionato; e sovente dagli storici di que’ tempi, e dalle iscrizioni si ha memoria di fabbriche rovinate, o cadenti, o restaurate. Non bastando i pubblici proventi per tutte, credo che il Senato, e il Popolo Romano si addossassero il peso di contribuire per qualcuna di esse, come al Tempio della Concordia, che restaurarono, come avevano fatto altre volte ai tempi di Vespasiano, e di Settimio Severo3, quando già Costantino stava nella nuova metropoli, siccome può arguirsi dalla iscrizione, che vi fu trovata, secondo la lezione del Grutero4,


in


  1. Ammiano Marcellino lib. 27. c. 3.
  2. Epist. class. 1. epist. 40. ad Theodosium, num. 13. oper. Tom. iiI. col. 1020.
  3. Muratori Nov. Thes. inscr. Tom. I. pag. 455. n. 4.
  4. Tom. I. pag. 100. n. 6. Ho detto secondo la lezione del Grutero, perchè come la dà il Marliano Topogr. urb. Roma, lib. 2. cap. 10., Lucio Fauno De antiq. urb. Romæ, lib. 2. cap. 10., e il Nardini Roma ant. lib. 5. cap. 6. pag. 214. vi mancano le due righe della dedica fatta da Anicio Paolino, e vi è una volta sola il S. P. Q. R.