Pagina:Storia delle arti del disegno III.djvu/80

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62 O s s e r v a z i o n i

alle Colonne; e secondo tutte le apparenze quei capitelli di marmo ad esse appartengono, o ad altre della stessa specie1.

§. 55. Aggiugnerò per ultimo, riguardo alla forma degli antichi edifizj, due riflessioni, che mi si presentano alla mente. La prima concerne un’idea del signor marchese Galiani, il quale nella sua traduzione di Vitruvio2 pensa che le case delle persone ricche, e i palazzi ancora (alla campagna, come senza dubbio ha voluto dire3, sapendosi


che


  1. Il signor le Roy al luogo citato dà la figura del supposto unico capitello alla Trinità de’ monti; ma scorretta assai, come fa osservare il Piranesi Della magnif. de’ Romani n. 67. pag. CIX., che la dà più esatta nella Tav. 6. fig. 12., sì perchè egli ha mutate le frondi d’ulivo, in frondi di quercia; come anche per avervi apporti del suo gl’indizj del pilastro, o siano le piatte facce, delle quali non vi è ii minimo vestigio, o principio. Scrive questo architetto, che quel capitello combini colle dette colonne di Delo. Non sarebbe impossibile, che di là fosse venuto; perchè dal cavalier Gualdo di Rimini furono portati amendue dalla Grecia, e quindi donati nel 1652. ai PP. della Trinità de’ monti: della qual donazione, e del detto anno, in cui furono donati, si fa menzione nella iscrizione porta alla piccola loro base. Crede poi le Roy, che quella sorte di colonne ovali si adoprassero per maggior fortezza, nelle cantonate. Le colonne di Massimi possono considerarsi come due mezze colonne per ciascuna attaccate ad un sottile pilastro dello stesso pezzo di granito, che hanno in mezzo; e dalla ineguaglianza, e rozzezza del lavoro mi pajono opera di questi ultimi secoli, e forse fatte contemporaneamente alla fabbrica del palazzo per il luogo ove sono; come può argomentarsi anche dagli altri molti lavori di sculture, che vi sono stati fatti; sebbene io non contradirei molto a chi volesse crederle antiche.
  2. lib. 2. cap. 8. pag. 76. n. 1.
  3. Intende espressamente, delle case di città, e di quella di campagna, come si spiega meglio al lib. 7. cap. 4. pag. 276. n. 2. Egli però avrebbe dovuto dar qualche ragione della sua franca, e ferma credenza. Si può dire anzi certissimo, che in amendue i luoghi si usavano case di più appartamenti dai nobili, e dai plebei, e dai poveri. Ce ne danno un fortissimo argomento le tante leggi romane, che proibirono di alzare le case oltre una determinata misura, per impedirne la rovina, e gli altri danni, ai quali andavano soggette, come osservava Seneca il retore Controv. lib. 2. controv. 9.; e le tante altre intorno alla servitù dell’alzare, o non alzare più alte le case per non impedire la luce, o il prospetto al vicino: delle quali tutte noi parleremo a lungo nelle nostre Vindiciæ, & observationes juris, vol. iI. Le leggi per la detta servitù non solo avean luogo in città, ma in campagna eziandio, come si ha dal giureconsulto Nerazio l. Rusticorum 2. princ. ff. De fervit. præd. rust. Varrone De ling. lat. lib. 4. cap. 23. scrive, che i cenacoli, ossiano gli appartamenti superiori, erano detti cenacoli, perchè vi si cenava, abitando nel piano inferiore: ubi cœnabant cœnaculum vocitabant. Posteaquam in superiore parte cœnitare cœperunt, superioris domus universa cœnacula dicta; e Seneca il filosofo Epist. 90. In appresso si affittavano alla povera gente, o dai padroni si davano ai loro liberti, come si ha da Plutarco in Sylla, princ. oper. Tom. I. pag. 451., e da tanti altri scrittori, che potrebbero addursi. Le due ville di Plinio aveano amendue più appartamenti: al che non ha voluto avvertire il Galiani, e il nostro Autore se ne sarà scordato. La villa Laurentina, secondo che scrive Plinio lib. 2. epist. 17., avea il casino d’un piano solo; ma da una parte avea una torre di quattro piani. L’altra villa nel Tusco avea il casino di due e di tre piani, senza torri, come ne scrive lo stesso, padrone al lib. 5. epist. 6. Giovenale Sat. 14. vers. 88. segg. parla delle case di campagna di Centronio a Tivoli, a Palestrina, ed a Gaeta, che erano altissime. Lo stesso scrive Sidonio Carm. 22. vers. 209. segg. del Borgo, o villa di Ponzio Leonzio; lo stesso Seneca il filosofo Epist. 89., e Consol. ad Helv. cap. 9. ed altri di altre generalmente. Vedi anche Giorgio Greenio De villar. antiq. struct. c. 6.