Pagina:Storia delle arti del disegno III.djvu/95

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sull’Architettura degli Antichi. 77

§. 69. Ecco quel che avevamo a dire intorno alle parti esterne delle antiche fabbriche. Le parti interne in generale sono, il soffitto, e la volta, le scale, ed in ispecie gli appartamenti.



§. 70. Il


    Aut ubi nox abiit, nec tamen orta dies.
    Illa verecundis lux est præbenda puellis,
    Qua timidus latebras speret habere pudor.
    Winkelmann, che Scriveva in Roma, ove dura l’uso di riposare nel dopo pranzo, e di tenere le finestre cogli sportelli almeno socchiusi per riparare il caldo, poteva ben figurarsi, che Ovidio parlasse di una cosa consimile; e riflettere, che tale oscurità non poteva ottenersi colle tendine una tirata, e l’altra no. Ci voleva una cosa opaca, e ben compatta, e unita immediatamente alla finestra, non già le tendine, che erano o di tela, o di seta, o di bambace, o di altra materia consimile, non buona per preservare dal caldo, e fare quel bujo. Anche Vitruvio lib. 6. cap. 7. prescrive, che tengansi chiuse le finestre per guardare gli appartamenti dal caldo del sole: il che non poteva farsi altrimenti che con materia grossa e opaca, la quale impedisse il passaggio ai raggi del sole, e alla stessa aria calda: e quella materia non poteva nè più comodamente, nè con minore spesa adoprarsi fuori del legno sì per li poveri, che per li ricchi in ogni paese, e in ispecie nei piccoli, ove senza tante delicatezze di vetri, pietre specolari, e tendine si cerca unicamente ripararsi dal caldo, e dal freddo. Giovenale, a ben intenderlo, conferma questa spiegazione. Parla è vero delle tendine, ma suppone, che già le finestre fossero chiuse cogli sportelli, dicendo, che si turino le feriture delle finestre colle tendine, vale a dire, che con esse si procuri d’impedire, che neppure traspiri per le finestre un filo d’aria, non già di luce, perocché suppone notte; alludendo così all’uso, anche moderno, di chiudere bene le finestre, tirando in fine anche le tendine: e voleva dire con ciò, che si usassero pure tutte le cautele solite, e le immaginabili per tenere occulta una cosa, che si voleva fare con segretezza in sua casa anche in tempo di notte, ciononostante si sarebbe saputa dai vicini prima del giorno:
    O Corydon, Corydon, secretum divitis ullum
    Esse putas? Servi ut taceant, jumenta loquentur,
    Et canis, & postes, & marmora: claude fenestras,
    Vela tegant rimas, junge ostia, tollito lumen
    E medio, clament omnes, prope nemo recumbat:
    Quod tamen ad cantum galli facit ille secundi,
    Proximus ante diem caupo sciet, audiet & quæ
    Finxerunt pariter librarius, archimagiri,
    ec.
    Altri scrittori possono addurrsi, i quali parlano di camere oscurate, e probabilmente cogli sportelli: come Seneca, presso cui leggesi Consol. ad Marc. cap. 22., che Cordo, contemporaneo di Sejano, e di Giulio Cesare, fingendo di volere per disperazione morirsi d’inedia, si chiuse in una stanza, di cui fece chiudere tutte le finestre per restare all’oscuro: lumen omne præcludi jussit, & se in tenebrìs condidit. Apulejo Metam. lib. 2. pag. 57. oper. Tom. I. parla anche di una camera buja per esservi state chiuse le finestre: conclave obseratis luminibus umbrosum. Plinio Epist. lib. 9. epist. 36. esponendo il tenor di vita, che menava nella sua villa Tuscolana, racconta, che quando si svegliava la mattina, teneva le finestre chiuse per alcun poco, benché fosse fatto giorno, per meditar meglio all’oscuro; e poi le faceva aprire per dettare le cose meditate: evigilo circa horam primam, sæpe ante, tardius raro: clausæ fenestræ manent. Mire enim silentio, & tenebris animus alitur.... Notarium voco, & die admisso, quæ formaveram dicto. Così Varrone De re rust. lib. 1. cap. 59. parla degli sportelletti, foriculi, da mettersi alle finestre, o buchi dei colombaj: oporothecas qui faciunt, ad aquilonem ut fenestras habeant, alque ut aere perflentur, curant, neque tamen sine foriculis: ne quum humorem amiserint, pertinaci vento vieta fiant.
    Avremo almeno di certo da questi scrittori, che le stanze potevano oscurarsi o per mezzo di sportelli, o di tendine. E non poteva fare lo stesso anche Augusto contemporaneo di Vitruvio, e di Ovidio, e posteriore a Cordo? Chi vorrà credere, che il di lui palazzo mancasse di un ornamento, o di un comodo, che a’ suoi tempi era comune? Se egli non se ne prevaleva dormendo di giorno, e si contentava di mettersi la mano agli occhi per ripararsi in qualche maniera della