Pagina:Storia di Milano I.djvu/238

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


fu la sola. I Cremaschi, usando del dritto di rappresaglia, uccisero sulle mura in faccia de’ nemici alcuni prigionieri cremonesi e lodigiani: e l’imperatore fece tosto impiccare in faccia della città due prigionieri cremaschi; e questi piantarono sulle mura le forche, e vi appesero due altri prigionieri; finalmente l’imperatore fece condurre sotto le mura tutti i Milanesi e Cremaschi che aveva in suo potere, e dispose perchè tutti fossero appiccati. Se non che alla preghiera dei vescovi si arrese, e si accontentò che ne fossero impiccati non più di quaranta. Il fatto ce lo racconta il Morena, ed io lo riferirò come lo espone Radevico, continuatore di Ottone Frisinghese. Egli comincia a incolpare i Cremaschi assediati, perchè si difendessero con valore e facessero delle uscite coraggiosamente: In eruptionibus suis aut machinis flammas inire, aut turres destruere, aut lethali vulnere aliquos de nostris sauciare moliti sunt, nullumque specimen audaciae aut ostentationis fuit, quod illi futurorum ignari praetermitterent; et dum jam inclinata putaretur eorum superbia, de patratis facinoribus tumidi gloriabantur. L’imperatore perciò, continua lo stesso autore a narrarci: Jubet ergo de captivis eorum vindictam accipere, eosque promuris jussit appendi. Non credo che Cesare, quando assediava le città delle Gallie e della Germania, lasciasse ne’ suoi fasti esempi tali. Contumax autem populus, nimis de pari volens contendere, etiam ipse quosdam de nostris in vinculis positos eodem modo traxit ad supplicium. E prosiegue a narrarci come allora Federico obsides eorum, numero quadraginta, adduci jubet ut suspendantur; e, non contento