Pagina:Svevo - Corto viaggio sentimentale e altri racconti, 1949.djvu/14

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8 PREFAZIONE

manzo e voltato la prosa a un testo impressionistico (Emilio Praga o Iginio Ugo Tarchetti), si era esaltata per il sontuoso quanto splendente estetismo dannunziano; un’Italia che tentava le sue prove piú impegnate nella prosa poetica (i Pesci rossi di Emilio Cecchi uscirono a stampa nel 1920); un’Italia, ancora, i cui interessi letterari, e per nulla ingiustamente in vero dire, erano protesi a conquistarsi nella prosa uno stile illustre da contrapporre al pericolo d’un decadimento crepuscolare, squallido, puramente musicale o troppo positivisticamente vistoso; un’Italia, per di piú, dove andava facendosi strada un lirismo che fosse glorioso e insospettabile per rifiuto di titoli contenutistici o accademici; un’Italia, infine, che è sempre stata “la patria di una letteratura altamente letteraria”, non poteva accorgersi d’uno Svevo che pareva contrastare a questi postulati con un verismo forse troppo crudele e con una analisi psicologica troppo minuta. Svevo, dalla sua isolata Trieste, era molto lontano da quella difficile purezza che i letterati italiani intendevano raggiungere attraverso una coscienza critica coltissima, come era lontano da ogni condizione sperimentale. L’opera sua non può risentire di quei fondamenti programmatici perché la sua formazione non li conobbe, né li ricercò. La sua educazione si formò, disordinatamente, nelle letture di Jean Paul, Turgheniev, Schiller, Goethe, Shakespeare, Flaubert, Daudet, Zola, Balzac, Stendhal, Renan, Schopenhauer, Ibsen, Dostoievskij, Tolstoi. Tutta l’arte che si sviluppa a Trieste è del resto periferica ai grandi movimenti della cultura italiana, benché in questa medesima cultura si inserisca.

D’altra parte, però, rispetto allo spirito letterario che allora andava gradatamente impadronendosi dell’Italia, c’era stato, nel primo ventennio del secolo, un forte interesse introspettivo, critico, analitico, riportato poi nell’autobiografismo controllato e nella confessione riflessiva dei “frammentisti", i quali stanno a documentare proprio per questo, oltre la volontà di rifiutare la cultura e la rettorica, anche un profondo compiacimento per l’interiorità. Ora, quello che isola Svevo dalla cultura letteraria piú diffusa e accreditata nell’Italia a lui con temporanea è per l’appunto l’ignoranza di una forma colta,