Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/489

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l’aria molto severa. Ma già! Ognuno dinanzi alla macchina fotografica assume un altro aspetto ed io guardai altrove sdegnato con me stesso d’indagare quelle faccie. La madre non poteva certo aver previsto ch’io non avrei assistito all’interramento del figlio!

Ma il modo come Ada mi parlò fu una dolorosa sorpresa. Essa doveva aver studiato a lungo quello ch’essa voleva dirmi e non tenne addiritura conto delle mie spiegazioni, delle mie proteste e delle mie rettifiche ch’essa non poteva aver previste e cui perciò non era preparata. Corse la sua via come un cavallo spaventato, fino in fondo.

Entrò vestita semplicemente di una vestaglia nera, la capigliatura nel grande disordine di capelli sconvolti e fors’anche strappati da una mano che s’accanisce a trovar da far qualche cosa, quando non può altrimenti lenire. Giunse fino al tavolino a cui ero seduto e vi si appoggiò con le mani per vedermi meglio. La sua faccina era di nuovo dimagrita e liberata da quella strana salute che le cresceva fuori di posto. Non era bella come quando Guido l’aveva conquistata, ma nessuno guardandola avrebbe ricordata la malattia. Non c’era! C’era invece un dolore tanto grande che la rilevava tutta. Io lo compresi tanto bene quell’enorme dolore, che non seppi parlare. Finchè la guardai pensai: «quali parole potrei dirle che potrebbero equivalere a prenderla fraternamente fra le mie braccia per confortarla e indurla a piangere e sfogarsi?» Poi, quando mi sentii aggredito, volli reagire, ma troppo debolmente ed essa non mi sentì.

Essa disse, disse, disse ed io non so ripetere tutte le sue parole. Se non sbaglio cominciò col ringraziarmi