Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/490

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seriamente, ma senza calore di aver fatto tanto per lei e per i bambini. Poi subito rimproverò:

— Così hai fatto in modo ch’egli è morto proprio per una cosa che non ne valeva la pena!

Poi abbassò la voce come se avesse voluto tener segreto quello che mi diceva e nella sua voce vi fu maggior calore, un calore che risultava dal suo affetto per Guido e (o mi parve?) anche per me:

— Ed io ti scuso per non esser venuto al suo funerale. Tu non potevi farlo ed io ti scuso. Anche lui ti scuserebbe se fosse ancora vivo. Che ci avresti fatto tu al suo funerale? Tu che non lo amavi! Buono come sei, avresti potuto piangere per me, per le mie lagrime, ma non per lui che tu... odiavi! Povero Zeno! Fratello mio!

Era enorme che mi si potesse dire una cosa simile alterando in tale modo la verità. Io protestai, ma essa non mi sentì. Credo di aver urlato o almeno ne sentii lo sforzo nella strozza:

— Ma è un errore, una menzogna, una calunnia. Come fai a credere una cosa simile?

Essa continuò sempre a bassa voce;

— Ma neppure io seppi amarlo. Non lo tradii neppure col pensiero, ma sentivo in modo che non ebbi la forza di proteggerlo. Guardavo ai tuoi rapporti con tua moglie e li invidiavo. Mi parevano migliori di quelli ch’egli mi offriva. Ti sono grata di non essere intervenuto al funerale perchè altrimenti non avrei neppur oggi compreso nulla. Così invece vedo e intendo tutto. Anche che io non l’amai: altrimenti come avrei potuto odiare persino il suo violino, l’espressione più completa del suo grande animo?