Pagina:Tasso - Aminta, Manuzio, 1590.djvu/27

From Wikisource
Jump to navigation Jump to search
18 atto primo.

     Un non sò che d’amaro:
     Soſpriraua ſouente, e non ſapeua
     La cagion de’ ſospiri.
     100Così fui prima Amante, ch’intendeſſi,
     Che coſa foſſe Amore.
     Ben me n’accorſi al fin: &, in qual modo,
     Hora m’aſcolta, e nota.
     Tir.     È da notare.
     Am.À l’ombra d’un bel faggio Siluia, e Filli
     105Sedean’un giorno, & io con loro inſieme;
     Quando un’ape ingegnoſa, che cogliendo
     Sen’giua il mel per que’ prati fioriti,
     À le guancie di Fillide volando,
     À le guancie vermiglie, come roſa,
     110Le morſe, e le rimorſe auidamente;
     Ch’à la ſimilitudine ingannata
     Forſe un fior le credette. allhora Filli
     Cominciò lamentarſi, impatiente
     De l’acuta puntura:
     115Ma la mia bella Siluia diſſe, Taci,
     Taci, non ti lagnar, Filli, perch’io
     Con parole d’incanti leuerotti
     Il dolor de la picciola ferita.
     À me inſegnò già questo ſecreto
     120La ſaggi a Areſia, e n’hebbe per mercede
     Quel mio corno d’auolio ornato d’oro.
     Coſi dicendo, auuicinò le labra
     De la ſua bella, e dolciſſima bocca
     À la guancia rimorſa, e con ſoaue


     Un non so che d’amaro:
     Sosprirava sovente, e non sapeva
     La cagion de’ sospiri.
     100Così fui prima Amante, ch’intendessi,
     Che cosa fosse Amore.
     Ben me n’accorsi al fin: ed, in qual modo,
     Ora m’ascolta, e nota.
     Tir.     È da notare.
     Am.A l’ombra d’un bel faggio Silvia, e Filli
     105Sedean un giorno, ed io con loro insieme;
     Quando un’ape ingegnosa, che cogliendo
     Sen’ giva il mel per que’ prati fioriti,
     A le guancie di Fillide volando,
     A le guancie vermiglie, come rosa,
     110Le morse, e le rimorse avidamente;
     Ch’a la similitudine ingannata
     Forse un fior le credette. Allora Filli
     Cominciò lamentarsi, impaziente
     De l’acuta puntura:
     115Ma la mia bella Silvia disse, Taci,
     Taci, non ti lagnar, Filli, perch’io
     Con parole d’incanti leverotti
     Il dolor de la picciola ferita.
     A me insegnò già questo secreto
     120La saggi a Aresia, e n’ebbe per mercede
     Quel mio corno d’avolio ornato d’oro.
     Così dicendo, avvicinò le labra
     De la sua bella, e dolcissima bocca
     A la guancia rimorsa, e con soaue

Suſurro