In quel dolor ch’ogni conforto annulla:
Quando di bianche rose, 90Fuor dalle zolle erbose,
Vid’io nascer tra breve
Un cespite, che lieve — aura scotea.
Poi l’aura in voce si cangiò e disse:
— In queste rose, amico, in queste foglie 95(Non ingrata dimora) il ciel m’affisse:
Quindi ogni april rinnoverò le spoglie,
Quindi l’odor che grato
Somiglierassi al fiato
Del vergin labbro mio. 100Di queste rose, o pio, — côgli e t’acqueta.
E qui con meco a sospirar d’amore
Vien cerchiato di mirto anco talvolta :
Bacia il caro virgulto e con umore
D’ambra lo avviva, e il picciol vento ascolta 105Ch’entro il suo verde ramo
Vien susurrando: Io t’amo.
Indi i fioretti miei
Più rugiadosi e bei — côgli e t’acqueta. — Costanzo. La morte di colei che m’innamora 110Già nel fallace immaginar viď io:
Vedovato d’onor, di pace fuora,
Orbo giaceasi e bujo il secol rio:
Ella altera ascendeva in grembo a Dio,
A guisa di beata e trionfante. 115Per prodigio d’amor seco saliva
L’attonita mia mente, e lei scorgea
Fiammeggiar come stella e come diva.
Ma ciò che impresso è nella calda idea,
Ciò che mirava io là, ciò che intendea, 120Mai ridir non isperi uomo parlante.
Nella sua spoglia intanto ombra non era
Di morte, ma di sonno e di stanchezza;
E sorrideva a noi sua bianca cera
Composta in nuova spirital bellezza; 125E il crin le coronava una chiarezza