Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/103

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54 parte

proposto Gori (Mus. Fiorent. Stat. p. 81. Mus. Etrusc. t. 2, p. 289), statue che certamente sono di artefici etruschi antichissimi, come dalle iscrizioni sopra esse incise raccogliesi chiaramente, e statue che in bellezza, in simmetria, in grazia alle più pregiate di tutta l’antichità possono a giusta ragione paragonarsi, ci fan conoscere qual fosse in questa parte ancora il valor degli Etruschi. Plinio ancor ci rammenta una gigantesca statua maravigliosa d’Apolline, opera etrusca che fino al suo tempo vedevasi in Roma. Videmus certe Thuscanicum Apollinem in bibliotheca templi Augusti, quinquaginta pedum a pollice, dubium aere mirabiliorem an pulchritudine (l. 34, c. 7). Un altro testimonio ne abbiamo nella gran quantità di monumenti etruschi, che sappiamo essere stati un tempo per l’Italia e per l’Europa tutti dispersi; che non sarebbon già essi stati con sì gran desiderio ricercati, se bello e pregevole non ne fosse stato il lavoro. Due mila statue furono da’ Romani tolte e trasportate a Roma nella espugnazione della città de’ Volsinii, oggi Bolsena, come ne assicura Plinio (ib.), il quale nel luogo stesso afferma che sparse erano pel mondo tutto le loro statue. Signa quoque thuscanica per terras dispersa; quae in Etruria factitata non est dubium.


Loro vasi, urne, lampadi, ec.XV. Aggiungansi i loro vasi, le sepolcrali loro urne, le lampadi, e tanti lavori singolarmente di creta, in cui gli Etruschi erano più che altri famosi ed illustri. Quindi Plinio col testimonio di Varrone afferma (l. 35, c. 12) che con più fino lavoro fu quest’arte esercitata