Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/293

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244 parte terza

vedrò io quel dì felice in cui libero da ogni altro impegno, e standomi sempre al fianco, voi potrete applicarvi interamente a formarmi lo spirito e il cuore? Allora mi crederò degno de’ miei maggiori. D’allora in poi non più seppe staccarsi da me: il suo più grande piacere era lo starsi meco; e i diversi affari ne quali ci trovammo insieme, non fecero che stringere maggiormente i nodi della nostra amicizia. Egli mi rispettava come suo proprio padre, ed io lo amava non altrimenti che figlio. Fin qui Polibio, il quale continua poscia a descrivere le singolari virtù di cui questo gran generale si mostrò adornato.


Elogio di questo celebre generale. V. Nè questo elogio che Polibio rende a Scipione, non deesi credere o esagerato, o sospetto; perciocchè tutti gli antichi scrittori concordemente ce lo rappresentano come uomo e di ogni più bella virtù e di ogni più bella letteratura adorno. E per parlare di questa sola, che sola al nostro argomento appartiene, Cicerone ci assicura ch’egli continuamente avea tra le mani l’opere di Senofonte (Tusc. Quaest. l. 2, n. 26); che avea sempre al fianco i più eruditi tra’ Greci che allora fossero in Roma (De Orat. l. 2, n. 3j), che a un’egregia natura un diligente coltivamento dello spirito congiunto avendo, un uom singolare divenne e veramente divino (Or. pro Archia n. 7). Ma niuno forse vi ha tra gli antichi scrittori che sì altamente lodato abbia il giovane Africano, come Velleio Patercolo. Egli, dice (l. 1 Hist. c. 13), fu sì valente coltivatore e ammiratore de’ liberali studi e di ogni genere di dottrina, che sempre aver