Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/306

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libro secondo 257

ói fossero introdotte in Roma, seco ne recassero ancora i funesti effetti che prodotto aveano in Grecia. L’eloquenza di Carneade singolarmente doveva parergli pericolosa; e l’avvezzarsi i Romani a imitazione di lui a parlare in lode ugualmente che in biasimo di qualunque più pregevol virtù, dovea sembrargli principio troppo fatale al buon governo della repubblica. Quindi quel zelo che per la salvezza e per la gloria della sua patria avea Catone, non gli permise il tacere in tal occasione, e di tutta la sua autorità fece uso, perchè questo pericolo da essa si allontanasse.


Vi restan nondimeno Polibio e Panezio, e vi fomentan lo studio. XIII. Partiron pertanto i filosofi greci da Roma, ma non partì con essi quel desiderio della filosofia e della letteratura greca ch’essi vi aveano risvegliato, e non ne partirono Polibio, Panezio, e forse ancora altri eruditi uomini greci. Non lasciarono questi di essere ancora sommamente cari al giovane Scipione, a Lelio, a Furio, a Filippo, a Gallo e ad altri de’ principali cavalieri romani (Cic. pro Muraena, n. 31). Era Panezio, come detto abbiamo, di setta stoico, e questa fu la cagione per cui questa più che le altre sette ebbe seguaci in Roma. Pareva inoltre ch’essa fosse la più opportuna a formar l’animo de’ cittadini e a scorgerli al buon governo della repubblica. Si può su questo punto vedere il Bruckero che lungamente ne ha favellato (t. 2, p. 17, e Append. p. 344)- Benchè, come egli stesso osserva (Append. p. 341), anche la filosofia di Pittagora, comunque la sua scuola fosse già dissipata e di sciolta, ebbe nondimeno in Roma non