Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/333

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284 parte terza

ancora più cose si posson vedere intorno alla famiglia e alla condizion di Catullo1. Pare che il più de’ suoi giorni ei passasse in Roma, e che in una sua causa difeso fosse da Cicerone, a cui perciò egli scrisse un suo epigramma, nel quale col lodare espressamente Cicerone (Carm. 49) come ottimo patrocinatore sembra accennare ch’ei ne provasse l’effetto. Da’ suoi versi medesimi si raccoglie ch’egli col pretore Memmio fu in Bitinia. Sembra però ch’egli punto non aspirasse ai pubblici onori; e gli stessi suoi versi troppo chiaramente ci mostrano che i più molli piaceri e gli amori più disonesti, de’ quali bruttamente macchiò le sue poesie, erano solo oggetto de’ suoi pensieri. Piacevasi egli ancora di mordere altrui; nè perdonò a Cesare stesso, il quale, come narra Svetonio (in Julio c. 73), benchè ne avesse contezza, pago nondimeno di una qualunque soddisfazione che gliene diede Catullo, tennelo seco quel giorno stesso alla cena, e proseguì, come usato avea fin allora, ad alloggiare presso il padre dello stesso poeta, quando nelle sue spedizioni avvenivagli di passar per Verona. Anche su questo fatto lo Scaligero ha mosse alcune cronologiche difficoltà; ma queste pure ha mostrato il Bayle non essere di forza alcuna.

  1. Ha voluto, sembra, scherzare il sig. co. Giovio quando tra’ suoi Illustri Comaschi ha annoverato Catullo, accennando che non mancherebbero argomenti a provarlo (p. 336, ec.). Egli ha una buona dose di un odevole amor patriottico. Ma io non crederò mai ch’ei se ne lasci sedurre a tal segno.