Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/378

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LIBRO TERZO 5 2$ Anzi in altro luogo, con una similitudine che arreca, sembra che accenni meno oscuramente il delitto ch’egli vide, e per la vista del quale egli fu esigliato: Cur aliquid vidi, cur noxia lumina feci? Cur imprudenti cognita culpa mihi est? Inscius Act eon vidit sine veste Dianam s l’racda fuit canibus non minus ille suis. L. 2 Trist. Di questo delitto però da lui veduto ei tenne un alto segreto, e non confidollo pure al più intrinseco amico ch’egli avesse, come scrive a lui stesso, aggiugnendo che forse, se glielo avesse affidato, ei non avrebbe incorso lo sdegno di Augusto: Cuique ego narrabam secreti quidquid habebam, Excepto quod me perdidit, unus eras. Id quoque si scisses , salvo fruerere sodali. l. 3 Trist. el. 6. Anzi nell’Elegie da lui scritte dal suo esilio^ e in quella ancora scritta ad Augusto, mostra di aver sempre altissimo orrore a rammentar l’oggetto ch’ei vide, e a rinnovare il dolore che n’ebbe Augusto: Nec breve, nec tutum est, peccati quae sit origo Scribere: tractari vulnera nostra timent. L. 1 de Ponto , el. 7. E scrivendo a Messalino, perchè da Augusto gli ottenga il perdono: Num tamen excuses erroris origine Factum, An nihil expediat tale monere, vide: