Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/645

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596 PARTE TERZA III. Meno indegna della loro grandezza stimarono i Romani, almeno per qualche tempo, lai te della pittura. Udiamo ciò che intorno ad essa ne narra Plinio, 1 unico tra gli antichi autori che abbia stesamente trattato di tale argomento. Presso i Romani ancora, egli dice (l. 35, c. 4), quest’arte (della Pittura) salì presto ad onore; perciocchè i Fabii, famiglia d illustre lignaggio, da essa il soprannome ebbero di Pittori; e il primo che lo avesse, dipinse egli stesso il tempio della Salute l’anno di Roma 45o ,• la qual pittura fino alla nostra età si mantenne, in cui quel tempio sotto f impero di Claudio fu consumato iLdJiioco. Una pittura inoltre del poeta Pcu uvio fu celebre nel tempio di Ercole al Foro boario. Credettesi dunque allora che la pittura ad uom romano e nobile, qual era Fabio, non disdicesse; ma si cambiò presto parere. D’allora in poi, continua Plinio , da uomini di onesta condizione ella non fu più esercitata, se pur non vogliasi eccettuarne Turpilio cavalier romano nativo della Venezia, e vissuto a’ nostri giorni, di cui alcune belle opere veggonsi anche al presente in V?rona. SoL va egli usare la man sinistra a dipingere, il che di niun altro si legge. Nomina struggere il pregiudizio comune a’ Romani, che l’esercizio delle belle arti non fosse degno di loro; perciocché, come osserva il Winckelmann (Storia delf Arte, t. 2 , p. 160, 3o6) citando l’autorità di Plutarco, egli scelse tra gli altri a maestri de’ suoi figli alcuni pittori e scultori, acciocché nelle arti lor gli istruissero. Ma questa benché sì luminoso esempio non fece cambiar maniera di pensare a’ Romani.