Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/95

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46 parte



Riflessioni sull’iscrizione delle pitture del tempio di Ardea riferita da Plinio. XII. Egli è però vero che Plinio stesso, alla cui autorità solamente possiamo in questo appoggiarci, altrove aggiugne tal cosa che ci pone in non leggiero imbarazzo, e noi gli saremmo pure tenuti di assai se di queste antichissime pitture non ci avesse più fatto motto. Ma egli di quella di Ardea torna a parlare non molto dopo, e dice (c. 10): Decet non sileri et Ardeatis templi pictorem, præsertim civitate donatum ibi et carmine, quod est in ipsa pictura his versibus:

Dignis dicta loca picturis condecoravit
Reginae Junonis supremi Conjugis templum
Marcus Ludius Helotas Aetolia oriundus,
Quem nunc et post semper ob artem hanc Ardea laudat:
Eaque scripta sunt antiquis literis latinis.

Così leggonsi questi versi nell’edizione del P. Harduino, benchè qualche diversità si vegga nelle

    diverse scuole, come tante diverse ne ha avute negli ultimi secoli l’Italia; e che, comunque Velletri fosse città de’ Volsci, poterono chiamarvisi per tal lavoro gli Etruschi, come chiamati furono a Roma. E diranno ancora, che ancorchè si conceda che que’ lavori sian de’ Volsci, non pruovasi che sian più antichi delle pitture etrusche; perciocchè potè avvenire che l’arte più tardi s’introducesse tra’ Volsci, e che perciò rozze fossero le lor figure, mentre assai più perfette già erano quelle degli Etruschi. Certo se si pongono a confronto le opere, a cagion d’esempio, de’ pittori francesi al principio del secolo xvi con quelle di Rafaello, di Michelagnolo, del Correggio, e di altri Italiani della stessa età, si vedrà tra esse una notabile differenza: e nondimeno mal si apporrebbe chi volesse inferirne che le pitture francesi son più antiche delle italiane. Ma non entriamo in una quistione che non è propria di questa Storia.