Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/197

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160 Libro

n. Dialogo antico su questo argomento: non ne è autore tic Tat ito ne Quiutiliauu. loro predecessori. Avvenne al medesimo tempo, come nella Dissertazion preliminare si è osservato, che il gran numero di stranieri che da ogni parte dell’impero accorrevano a Roma, cominciò ad alterare la purità del linguaggio, e un non so che di rozzo , di aspro e d’incolto s1 introdusse nel favellar de’ Romani, che crescendo ogni giorno più lo condusse finalmente a quella barbarie a cui lo vedrem giunto ne’ secoli susseguenti. Così tutte le circostanze concorsero a rendere sempre maggiore il decadimento dell’eloquenza. Noi dobbiamo ora vederne e esaminarne i progressi che appartengono all’epoca di cui trattiamo; in cui vedremo la romana eloquenza decadere bensì, ma di tanto in tanto far qualche sforzo per sollevarsi ancora, per modo che si potesse sperare di vederla un giorno risorgere, se più felici stati fossero i tempi che venner dopo. II. Innanzi ad ogni altra cosa vuolsi qui esaminare ciò che appartiene all’antico Dialogo intitolato De Caussis corruptae Eloquentiae, che or tra le opere di Quintiliano, or tra quelle di Tacito si vede stampato, da cui molto possiam raccogliere intorno a questo argomento. Chi siane l’autore, non è facile a stabilire. Da alcuni credesi Quintiliano, da altri Tacito; ma quasi tutti convengono che nulla si può affermare di certo. Io credo anzi che si possa affermar con certezza che nè all’uno, nè all’altro non si può attribuire. E quanto a Tacito, io confesso che non so indurmi ad abbracciare il parere di quelli che nel fanno autore. Al sol leggerne due, o tre periodi, a me pars di