Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo III, Classici italiani, 1823, III.djvu/180

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PRIMO , n; che componeva i musaici, solo del pittore non si faccia alcun cenno. Eran dunque i Goti così nimici della pittura, che non volessero usarne ne’ lor palagi? L’argomento da me recato non basta ad accertarlo; ma non lascia però di destarne qualche sospetto; molto più che a me non pare di aver trovato in alcun altro scrittore di questa età cosa alcuna che ci dimostri aver essi ancora fatto uso della pittura, o almen avutala in pregio. De’ musaici però veggiamo dal passo sopraccitato, eli’ essi ancora si compiacevano, onde almen questo genere di pittura converrà riconoscere che fu da essi coltivato. X. Ciò non ostante anche di pitture troviam menzione a questi tempi. Del pontefice Simmaco racconta Anastasio Bibliotecario (Vit. Pontif. vol. 3 Script. Rer. ital. p. 124), che oltre alcuni musaici di cui ornò la basilica di S. Pietro, abbellì ancor di pitture quella di S. Paolo. Di Giovanni vescovo di Napoli a tempo di Giustiniano racconta Giovanni Diacono (Chron. Episc. Neap. vol. 1 , pars 2 Script. rer. ital. p. 2y(j), che nella basilica detta Stefania, perchè edificata dal vescovo Stefano, ei fe’ dipingere a musaico con maraviglioso lavoro la Trasfigurazione del Redentore; e di Vincenzo, che in quella sede succedette a Giovanni, narra il medesimo storico (ib.), che avendo nelle stanze del suo vescovado fabbricato un ampio cenacolo, il fe’ ornar di pitture. Aggiungansi i musaici, de’ quali Massimiano vescovo di Ravenna, già da noi mentovato, ornò la basilica di S. Stefano, come narra Agnello nella Vita x. Tromsi però anche di questi tempi Ireq nenie menzione di pitture e di musaici.