Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo III, Classici italiani, 1823, III.djvu/196

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SECO.XDO 135 per ogni parie di crudeltà e di furore, udiamolo dallo stesso santo pontefice. In ogni luogo , egli dice (Hom. 18 in Ezech.) , veggiam dolore, in ogni luogo udiam pianti. Distrutte le città, spianati i castelli, devastate le campagne , la terra è divenuta un solitario deserto. Non vi ha coltivatori ne’ campi, non vi ha quasi abitanti nelle città; e nondimeno ancor su questi p iccioli avanzi dell’uman genere continuamente e senza riposo alcuno si scagliano nuovi colpi: e i flagelli del celeste sdegno non cessano, perchè ancor tra’ flagelli non cessan le colpe, Altri ne veggiamo condursi schiavi, ad altri esser troncate le membra, altri essere uccisi. Qual cosa vi ha mai, miei fratelli, che in questa vita ancor ci possa piacere? Quindi ei passa a descrivere il funesto stato a cui era condotta Roma. Roma stessa, egli dice, quella Roma medesima che già sembrava, signora del mondo tutto, noi veggiamo qual sia rimasta. Abbattuta da diverse e immense calamità, dalla desolazione de’ cittadini, dall impeto de’ nemici, dalle frequenti rovine.... Ove è ora il senato? ove è il popolo?... l’ordine delle dignità secolari tutto è perito.... E noi che in sì poco numero siam rimasti, pur nondimeno dalle spade nemiche e da innumerabili tribolazioni ogni giorno veniamo oppressi.... Ma a che parlar degli uomini, se moltiplicandosi le rovine veggiam distruggersi gli edificj medesimi?... I fanciulli, i giovani, i figli del secolo da ogni parte ad essa accorrevano per i addietro per avanzarsi nel mondo. Ma ora oimè! ch’ella è desolata e deserta, e oppressa